Un mercoledì qualunque, quando il cielo sopra la tangenziale aveva il colore compatto di un monitor in standby e le notifiche avevano smesso di sembrare urgenti, aveva saputo da lei – o credette di sapere – che la sua architettura riproduttiva risultava non pienamente conforme ai protocolli biologici attesi.
Glielo disse una mattina, mentre si stavano amando, con la voce che usano le persone che vogliono sembrare rassegnate ma, in fondo, stanno solo testando una reazione con un tono dolce, dolente, vagamente clinico. E lui le credette subito. Le credette come si crede al bollettino meteo o alle storie dei nonni, con quella fiducia pigra che ti fa sentire una persona buona solo perché non chiedi nulla. E poiché era – o amava pensarsi – un uomo ragionevole e di sentimenti altrettanto ragionevoli e moderni, la abbracciò forte dicendole che la cosa non cambiava nulla, e che anzi la amava anche per questo, e che la vita non è fatta solo di possibilità biologiche ma anche di coincidenze spirituali.
Quella mattina si amarono, senza cautele, e continuarono ad amarsi fino a quando, tre mesi dopo, lei lo chiamò per dirgli che il destino aveva frainteso la diagnosi, e che un piccolo miracolo era avvenuto. In quel momento lui – che credeva molto nella precisione scientifica delle parole e meno nei miracoli – scoprì che certe verità, come certe promesse, funzionano meglio se non si controllano troppo da vicino. Gli amici parlarono di sfortuna, lui preferì chiamarlo un errore statistico con vocazione divina: il tipo di prodigio di tre chili e mezzo che capita solo a chi si fida per educazione più che per fede.
Nei giorni successivi si comportò come il personaggio secondario di un film di cui non si condivide il finale: con dignità, con calma, con la crescente sensazione di essere stato mal scritto. Non si arrabbiò (almeno non subito) perché prima voleva capire come, un “come” che nell’arco di una settimana divenne una brulicante ossessione. Rilesse i messaggi, riesaminò i calendari, ripassò mentalmente le leggi della biologia come se potesse trovarvi una clausola a suo favore. Scoprì presto che il dolore non stava nel fatto biologico in sé, ma nella sproporzione tra la verità e il modo in cui gli era stata consegnata: con leggerezza, con un mezzo sorriso, con la grazia crudele di chi crede che sincerità sia un sinonimo di tempismo. Gli chiesero che intenzioni avesse. Rispose che stava “elaborando”, il che in quel contesto significava più o meno cercare una formula abbastanza morale che suoni più o meno adulta.
Una sera, al bar, qualcuno gli domandò se credeva ancora nei miracoli. Ci pensò un attimo, e rispose di sì. Ma aggiunse che, da un po’, li chiamava errori di calcolo affettivo: eventi in cui l’universo ti mostra con perfetta cortesia che la probabilità non è mai un argomento sufficiente per la fiducia. Eppure, anche se non lo ammetteva, provava un orgoglio sottile per via della sensazione che provava di essere stato scelto, come se la vita, in un raro atto di humor cosmico, gli avesse voluto insegnare che i miracoli accadono proprio quando ci si convince di non meritarli.
Col passare dei mesi smise di chiedersi se fosse stato ingannato o soltanto ingenuo. Scoprì che tra le due cose c’è una distanza minima: una zona grigia dove finiscono per convivere il perdono e la stanchezza. Ogni tanto pensava a lei, ma più come si pensa a una parola che non si deve pronunciare – non per rancore, ma per delicatezza grammaticale. A modo suo le era grato per avergli ricordato che l’amore non è un’equazione di certezze, ma una forma di statistica emotiva in cui i margini d’errore coincidono quasi sempre con la speranza.
Aveva smesso di parlarne, più che per pudore, per esaurimento narrativo; certe storie, una volta raccontate, smettono di contenere qualcosa. Così imparò a conviverci come con una vecchia cicatrice: non la mostrava, ma ne riconosceva la provenienza. E quando gli capitava di vedere bambini giocare in un parco, in treno, o tra i corridoi di un centro commerciale, sorrideva con una tenerezza che non sapeva più se fosse tristezza o pace. Pensava che forse non servono spiegazioni, che certe bugie non nascono per ferire, ma per testare la nostra capacità di credere ancora. Perché in fondo, crederci era stato bello. Non giusto, non saggio, ma bello. Il tipo di bellezza che non salva, ma illumina per un istante, un errore che per un solo momento riesce a sembrare perfetto.
A distanza di tempo non sapeva ancora se fosse stato un miracolo o una trappola benevola dell’evoluzione. Certe volte, guardandola con il bambino in braccio, gli pareva che la natura avesse un suo umorismo segreto: la capacità di orchestrare coincidenze con la precisione di un ingegnere e la malizia di una commedia romantica. Forse lei non aveva pianificato nulla. Forse sì. Ma in fondo, che differenza faceva? Era bastato un solo errore di calcolo – o di desiderio – per dimostrare che l’istinto, quando decide di intervenire nella sceneggiatura, vince sempre sulle previsioni e sulle precauzioni. Lui, che pure amava sentirsi un uomo di ragione, finì per ammettere che certe strategie del cuore – o di qualunque altra parte del corpo responsabile – non le capirà mai fino in fondo.
Sorrise. La chiamò la mia piccola teoria evolutiva con gli occhi verdi.







