Manuale tascabile per confessioni inadatte

Lo Svedese – che a detta di tutti era stato un ragazzo d’oro, una specie di boy scout di provincia, un testimonial vivente della rimozione emotiva preventiva – decide un giorno, per motivi non del tutto chiari nemmeno a se stesso, che la cosa giusta da fare è confessare. 

A chi? Al marito della donna con cui ha avuto una relazione (che non è più suo marito, ma insomma). E cosa vuole ottenere? Una specie di sollievo spirituale. Una riconnessione. Un reset morale. Tipo confessione al prete, ma senza confessionale, senza prete, senza grazia.

Philip Roth, che nel frattempo gioca a Dio con una smorfia, osserva lo Svedese sgretolarsi pezzo dopo pezzo come una statua di zucchero sotto la pioggia acida dell’autocoscienza. Il momento, che avrebbe potuto essere dignitoso, si trasforma in un circo interiore: senso di colpa che erutta metafisica, fallimento esistenziale servito freddo.

Lo Svedese, che aveva fondato la sua identità sulla correttezza e la coerenza morale, si scopre molteplice, incoerente, sporco. Ed è qui che Roth spinge la narrazione verso una zona di tragicomico delirio. La colpa divora lo Svedese, insieme a un senso più profondo di fallimento ontologico: ha fallito come padre, ha fallito come marito, e ora anche come uomo retto, come simbolo della “buona America”.

Alla fine, nessuno si dirime. Non ripara nulla. Solo una grande scena di imbarazzo cosmico, con il protagonista di Pastorale americana che capisce (troppo tardi, ovviamente) che l’uomo perbene, l’eroe americano, il campione di rettitudine era solo una bella idea pubblicitaria, non un essere umano vero. Che peccato.Lo Svedese – che a detta di tutti era stato un ragazzo d’oro, una specie di boy scout di provincia, un testimonial vivente per i benefici del burro d’arachidi e della rimozione emotiva preventiva – decide un giorno, per motivi non del tutto chiari nemmeno a se stesso, che la cosa giusta da fare è confessare. 

A chi? Al marito della donna con cui ha avuto una relazione (che non è più suo marito, ma insomma). E cosa vuole ottenere? Una specie di sollievo spirituale. Una riconnessione. Un reset morale. Tipo confessione al prete, ma senza confessionale, senza prete, senza grazia.

Philip Roth, che nel frattempo gioca a Dio con una smorfia, osserva lo Svedese sgretolarsi pezzo dopo pezzo come una statua di zucchero sotto la pioggia acida dell’autocoscienza. Il momento, che avrebbe potuto essere dignitoso, si trasforma in un circo interiore: senso di colpa che erutta metafisica, fallimento esistenziale servito freddo.

Lo Svedese, che aveva fondato la sua identità sulla correttezza e la coerenza morale, si scopre molteplice, incoerente, sporco. Ed è qui che Roth spinge la narrazione verso una zona di tragicomico delirio. La colpa divora lo Svedese, insieme a un senso più profondo di fallimento ontologico: ha fallito come padre, ha fallito come marito, e ora anche come uomo retto, come simbolo della “buona America”.

Alla fine, nessuno si dirime. Non ripara nulla. Solo una grande scena di imbarazzo cosmico, con il protagonista di Pastorale americana che capisce (troppo tardi, ovviamente) che l’uomo perbene, l’eroe americano, il campione di rettitudine era solo una bella idea pubblicitaria, non un essere umano vero. Che peccato.

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