Ho sempre pensato due cose, o forse tre se riduciamo il campo alle cose serie. La prima: l’esistenza necessaria – fondata, imprescindibile – di un galateo dei tag. Soprattutto nelle chat di lavoro, ma anche degli amici, dei familiari, perché no. Non è un vezzo, ma igiene comunicativa. La seconda: i semiologi, quelli bravi, non sbaglierebbero mai un’emoticon. Una faccina. Spesso neanche un commento, purché sia breve. Ma un tag a sproposito, be’, quello magari sì. Perché il tag non è mera semiotica. È un atto. Una performatività. Un’intrusione. Una rivendicazione di attenzione. E la semiotica, per quanto possa dissezionare, si scontra con l’inafferrabile pragmatismo, col contesto volubile.
La tragedia del tag è l’abisso tra intenzione e percezione. Cioè: “@Aria che ne pensi?” – ma la domanda è posta sotto l’immagine sfocata di un tiramisù collettivo. E tu non lavori in pasticceria, non ti occupi di eventi, e hai smesso di mangiare zuccheri dopo un seminario TEDx sulla glicemia. E allora ecco il cortocircuito: la persona che meglio interpreta i segni è anche quella che più facilmente inciampa nel simbolo, in quel segnale rosa accecante che spara informazioni (cit.). Perché? Forse perché i segni – gli emoji dei semiologi, i tag, le reazioni, like, gif animate da cuoricini con orsi che battono le zampe – non sono fatti per essere compresi, ma per essere esperiti. Come il jazz. Come il mal di stomaco dopo una cena aziendale. Come i gruppi WhatsApp con 47 partecipanti, e uno che legge per davvero.

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