Ci sono persone – quasi mai consapevoli – che si aggirano nell’ecosistema come catalizzatori chimici emotivi. Tali soggetti sono accusati di scatenare reazioni interiori spropositate (rivoluzioni vere, cambiamenti di rotta, demolizioni strutturali dell’identità) nei malcapitati che li incontrano, e tutto questo senza volerlo. Non lo fanno per sadismo o altruismo, o per qualche motivo occulto, ma semplicemente perché esistono. Ed esistendo, scatenano quella tenerezza paragonabile a una bomba a mano che, nella mente e nel corpo del colpito – cioè di chi li percepisce in un certo modo – si configura come aspettativa, quando invece (ahimè) è uno psicodramma in piena regola.
Il punto (forse è il punto dell’intera faccenda) è che il suddetto, pur essendo devastato dalla presenza-assente dell’altro, mai vorrebbe tornare indietro. Perché l’innesco, per quanto doloroso, è vissuto come una forma di verità, un’illusoria distopia camuffata da utopia liberatrice. Eccoci allora a una delle più curiose, comuni, e sottovalutate dinamiche della psiche umana. L’interazione tra la coscienza e la sua perenne incapacità di cogliere la propria funzione all’interno del più vasto — spesso caotico, a volte insensatamente crudele, eppure sempre significativo — schema delle cose, rappresenta un disastro che hai scelto di non evitare. Volontariamente o no, non cambia nulla.
Il fatto è che non si tratta di amore, ma di una forma avanzata di esposizione sentimentale non regolamentata. Una predisposizione a lavorare in miniera senza casco, convinto che la polvere ti renda interessante. O a camminare su vetri rotti a piedi nudi, persuaso che il sangue lasci una scia poetica. A infilarsi con piacere in una centrifuga emotiva, giustificando il giramento di testa come profondità incompresa. Hai un talento inconsapevole, amico: trasformare ogni principio di incendio in una candela profumata, comprata per nostalgia.

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