Pioggia di rane su Los Angeles: anatomia di un miracolo disturbante

Se si guarda Magnolia con l’occhio di un esegeta compulsivo, capisci che una pioggia di rane può significare tutto e niente. L’evento, improvviso, manderebbe in corto circuito qualsiasi spettatore non ancora emotivamente annientato (in senso buono) da questo film di Paul Thomas Anderson. Ma dicevamo: pioggia di rane. Dunque non la pioggia nella quale Gene Kelly danzava con un sorriso da Zoloft – qui parliamo di rane vere. A centinaia, migliaia. Con occhi globulari e zampe che si agitano a mezz’aria come se la gravità fosse un’opinione da discutere in un talk show del sabato sera.

Rane che cadono sul parabrezza delle auto. Che rimbalzano sull’asfalto con un rumore plop che nessun tecnico del suono aveva mai davvero pensato di dover campionare. Rane che interrompono litigi, confessioni, tentativi di suicidio e infarti in corso. Un’intera Los Angeles paralizzata da un evento talmente assurdo che l’unica reazione plausibile è: o ridere istericamente, o accettare che Dio sia un regista dadaista. Perché sì, volendo, tra i molti significati, possiamo pure tirare fuori quello biblico: la piaga, la liberazione.

Comunque la si voglia leggere, la pioggia di rane resta un momento di grazia. Una grazia travestita da farsa zoologica, sospesa tra il destino e il cinismo, che irrompe sotto forma di misericordia surreale. Come se Dio – o qualunque entità cosmico-patologica diriga questo universo, che qui mostra un senso dell’umorismo al limite del sadico – dicesse: “Ok, Mi avete sfidato, eccovi un segno. Regia: vai con le rane dal cielo, ora fateci i conti.

E la gente nel film, povera gente bellissima e disturbata, ci fa i conti. Non gridano. Non scappano. Non chiedono spiegazioni. Alcuni si rifugiano, altri finalmente si fermano, uno continua a cantare una canzone (sì, anche questo succede in Magnolia). E in quell’istante assurdo, inspiegabile e reale, tutti vengono livellati: gli adulti, i bambini, i tossici, i morenti, i padri e i figli. Nessuno può più negare che qualcosa stia accadendo. Ma cosa? Qualcuno potrebbe suggerire che la verità non è mai una risposta, ma un’interruzione del rumore, una frattura. Proprio come una rana che cade sul parabrezza mentre stai decidendo se farla finita oppure no. È il rumore di fondo dell’anima che, finalmente, trova una rappresentazione esterna.

Tutti quei segreti marci, quelle bugie stratificate, quelle colpe non confessate che i personaggi si portano dentro come un cancro silente  ecco che prendono forma. Non una forma elegante o metaforica. No. Una forma letterale, biologica. Che salta, si contorce e poi muore con un piccolo, viscido splat. È la catarsi che arriva non con un sussurro o una lacrima, ma con un tonfo sordo, un coro di gracidii morenti e un tanfo di anfibi che iniziano lentamente a decomporsi.

In fondo, Magnolia è un film su ciò che precede il miracolo. Su come la disperazione, se abbastanza collettiva e sufficientemente ben montata, possa generare uno squarcio nel reale, un glitch nel sistema. La pioggia di rane (forse) è questo: un errore di scrittura cosmico che si rivela, a sorpresa, un atto di grazia. Una parentesi graffa, visiva, che si dilata fino a inghiottire tutto il resto. Come quando, distrattamente, inizi a seguire un dettaglio marginale – un rumore fuori campo, una frase lasciata a metà – e ti accorgi che è lì, proprio lì, che si è nascosta la cosa vera, quella che non cercavi. Quella che non sapevi nemmeno di volere, ma che ora non puoi ignorare.

Allora eccoci, spettatori pietrificati con la bocca aperta, mentre dal cielo piovono batraci. E capiamo – o almeno sospettiamo, timidamente – che l’universo, per un secondo, ha risposto. Non con parole, ma con un paradosso verdastro che forse sì, ci voleva proprio.

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