Immagina questo. Hai tredici, quattordici anni, vivi in un sobborgo americano fatto di case tutte uguali, di prati tutti uguali, di genitori preoccupati per cose tipo il barbecue della domenica o se la recinzione del vicino invade di cinque centimetri il tuo terreno. Sei una ragazzina normale, un po’ timida, un po’ romantica, con una macchina fotografica al collo e lo sguardo già leggermente spostato rispetto alla realtà che ti circonda. Ti chiami Susie Salmon, ami scattare foto e sei una precoce narratrice di immagini. Poi la violenza, la morte brutale. Ed è qui che la storia inizia. Non finisce: inizia. Perché il tuo corpo sparisce, la tua voce, la tua dolcezza no.
Rimani sospesa in una sorta di limbo che non è né il cielo né la terra, ma una terra di mezzo fatta di ricordi, possibilità, stanze deformate come sogni e colori troppo saturi per essere reali. E lì osservi. Vedi la tua famiglia sgretolarsi, tua madre disperarsi perché incapace di reggere il dolore, tuo padre ossessionato dal trovare il colpevole, tua sorella crescere troppo in fretta, e il tuo assassino – perché sì, il film lo dice presto, senza misteri da thriller – continuare la sua vita a pochi passi da voi, con quella sua casa ordinata, con la sua gentilezza da manuale, la sua banalità inquietante.
E noi, spettatori ben pasciuti e moralmente istruiti, aspettiamo che giustizia venga fatta. Aspettiamo che arrivi il momento. Lo assaporiamo quel momento. Quello in cui il racconto piegherà le regole del possibile per permettere a Susie di fare ciò che tutti vorremmo fare se fossimo stati lei: vendicarci, smontare il Male. Gridare in faccia all’assassino che non ha vinto. Lo vogliamo per lei. E anche un po’ per noi, perché ci serve una struttura, una cornice etica, una chiusura.
E invece no.

In quella che forse è la sequenza più disarmante di tutto il film – e anche la più onesta – accade altro, qualcosa che rompe definitivamente gli schemi grazie a Ruth, ragazza sensitiva, una di quelle che sembrano avere un’antenna per captare le frequenze che il mondo ignora. Ruth è in contatto con qualcosa. Forse con Susie stessa. Un giorno, nel bel mezzo di una giornata qualsiasi, Ruth incrocia Ray Singh, il ragazzo di cui Susie era innamorata. E succede l’inspiegabile: Susie entra nel corpo di Ruth, letteralmente. E lì ci siamo. Il momento che aspettavamo è arrivato. La possibilità. L’opportunità. La chiusura che tutti vogliamo.
Ma Susie non cerca il killer. Non corre a denunciare nulla. Non scava, non rivela, non cerca prove. Fa una sola cosa: guarda Ray negli occhi, vuole sentirlo, toccarlo, baciarlo. È tutto lì. Un bacio. Non metaforico. Non simbolico. Un bacio vero, con pelle, calore, respiro, attraverso il corpo di Ruth. Un bacio che non ha scopo. Non serve a nulla. Non risolve e non punisce. Non cambia il mondo, ma è il gesto più rivoluzionario proprio perché sceglie di essere inutile. O meglio: inutile secondo la logica della vendetta, dell’epilogo, del senso narrativo costruito a tavolino.
Susie sceglie di sentire, non di riparare. Di amare, non di combattere. In quel momento, che per noi dura una manciata di secondi ma per lei è probabilmente tutto ciò che le resta, decide di esistere ancora, non come vittima, non come spettro, né tantomeno come angelo vendicatore, ma come adolescente che bacia il ragazzo che le piaceva in silenzio, quando era viva. Punto.
Quella scena di Amabili resti – di Peter Jackson, tratto dal romanzo di Alice Sebold – è probabilmente una delle più potenti, e gioca su questa ambiguità, risolvendosi in una scelta tanto forte quanto inaspettata, che spiazza e commuove. Susie non è più ciò che ci si aspetta, non lo è mai stata: è una ragazza che desiderava solo vivere, come se lo fosse ancora, e in quell’unico, fugace momento, riesce a farlo, rovesciando un epilogo considerato naturale e legittimo della storia.
E allora viene da pensare, che forse è proprio questo che dimentichiamo troppo spesso: che la realtà – quella vera, non quella del cinema, non quella delle cronache, non quella dei talk show con le comparse mediocri e le musiche strazianti in sottofondo – non sempre si organizza in modo da gratificare il nostro bisogno di ordine. La consapevolezza più importante potrebbe essere proprio questa: che in certe storie, e forse anche nella nostra, l’amore, in qualunque forma lo si voglia concepire, non ha il compito di guarire, ma di essere sentito, anche solo per un istante. E quell’istante è tutto.

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