Scendere è troppo

C’è un momento, nel film La leggenda del pianista sull’oceano, in cui il protagonista – Danny Boodman T.D. Lemon Novecento (e già il nome è un esercizio di equilibrio tra caos e poesia) – si ferma. Non un fermarsi qualsiasi del tipo “faccio una pausa sigaretta”, parliamo di uno stop esistenziale, una frenata davanti all’assurdo della scelta. La scena è una specie di deflagrazione silenziosa: Novecento, che è nato su una nave, cresciuto su una nave, diventato leggenda su una nave, si trova davanti a una scala, una passerella, una possibilità. È lì per scendere. Per vedere la terra. Per esistere, forse, fuori da quel guscio fluttuante chiamato Virginian. E invece, non scende. Non perché non può, ma perché non vuole, perché scegliere lo paralizza. E se pensi che il non scegliere sia una scelta facile da raccontare, ci si sbaglia. Perché Novecento ci prova, eh. Dice qualcosa tipo:

La terra è un pianoforte con milioni di tasti. Ma come fai a viverci? Io mi perdo.

È una vertigine che fa venire il mal di mare, è l’impossibilità del mondo come somma ipertrofica di possibilità, che non è libertà, ma ansia. Non è scelta, ma overload. L’oceano, con i suoi limiti che si muovono ma non spariscono mai, diventa più abitabile dell’infinito, insomma servono i bordi per suonare. Novecento, che potrebbe suonare ovunque, sceglie l’unico luogo dove non deve scegliere: il ponte del Virginian e le sue ottantotto scale da ripercorrere al contrario, perché di scendere proprio non se ne parla. Ci ha provato sì, ma non fa per lui. Alla fine – se ci pensi – ogni possibilità che ti viene data è, in automatico, anche una forma di pressione. Ogni tasto che puoi suonare è anche una voce che ti sussurra: “e allora? Che fai? Perché proprio me e non quell’altro?” Ed è questo che Novecento sente. Lo capisci quando parla di quei “milioni di tasti”, milioni di strade, milioni di donne e di uomini, troppe città che è un modo elegante per dire: troppa roba. Troppi sguardi pieni di vita e di tristezza, troppi bar con tavolini tondi, troppi alberi che ondeggiano senza che nessuno glielo abbia chiesto.

Entra in gioco l’idea che l’infinito non è libertà, ma panico mascherato da democrazia delle opzioni. Che poter fare tutto non è sempre un bene, se non sai più chi sei quando inizi. Perché magari, se parti da niente, il tutto ti schiaccia. Per Novecento, la nave era tutto. Ma non per mancanza di coraggio, non solo per quello. Era una struttura. Un tempo ritmato dal mare. Ottantotto tasti, come su un pianoforte. Come dire: l’universo è contenibile, ma solo se lo accordi bene. Solo se gli dai un inizio, una fine, un senso. E se scendi dalla nave, devi inventartelo tu, il senso. Devi fartelo esplodere dentro tutti i giorni. Devi convivere con la possibilità che niente si risolva, che ogni nota vada in fade-out invece che chiudersi bene su un accordo. E allora forse non è vigliaccheria. È estetica. È la scelta di un’armonia finita piuttosto che di un rumore eterno. O forse – e questa è l’ipotesi più inquietante – è solo la consapevolezza che certi esseri umani non sono progettati per la terraferma. Che alcuni di noi suonano bene solo quando non devono camminare, o perché, diciamolo, scegliere non è mai davvero scegliere. È più un atto di fede, cieco e balbettante, nel fatto che ciò che abbiamo scelto potrebbe essere giusto. O almeno abbastanza vero da non tradirci subito. 

Eppure (c’è anche un eppure), quando suona ispirato da quella ragazza veneta arrivata all’improvviso, conosciuta a bordo – figlia di un passeggero che, tempo prima, era sceso – e che trasforma il cuore in brace, Novecento sembra avere scelto. Quasi. A modo suo. In quella melodia sospesa – che voleva tenere per sé, scritta con dita tremanti e cuore già oltre al prossimo porto – c’è tutto ciò che avrebbe potuto essere, perfino la terraferma. Ma, come si è soliti dire, questa è un’altra storia. Ciò che conta è che anche lì, nel punto più vicino alla discesa, resta fedele al suo universo fluttuante. Forse perché aveva intuito che scegliere davvero non significa scendere dalla nave, ma riconoscere la propria nota nell’intera partitura del mondo. Il caos – se accordato con cura – può essere l’unica cosa razionale, o giusta, da seguire? Ed è qui che entra in soccorso l’autenticità, che non è mai brillante o sicura, non è una polizza sulla vita, ma qualcosa come una strana risonanza interiore, un “click” silenzioso che senti solo tu, nel silenzio post-esplosione, dopo che tutti se ne sono andati e ti ritrovi solo con le macerie della nave e del possibile. Novecento resta a bordo, sì. Ma non perché non sa scegliere. Probabilmente è proprio perché ha scelto una volta per tutte. E lo ha fatto non tra mille tasti, ma dentro una singola nota.

Il caos – se accordato con cura – può essere l’unica cosa razionale, o giusta, da seguire? Ed è qui che entra in soccorso l’autenticità, che non è mai brillante o sicura, non è una polizza sulla vita, ma è qualcosa come una strana risonanza interiore, un “click” silenzioso che senti solo tu, nel silenzio post-esplosione, dopo che tutti se ne sono andati e ti ritrovi solo con le macerie della nave e del possibile. Novecento resta a bordo, sì. Ma non perché non sa scegliere. Probabilmente è proprio perché ha scelto una volta per tutte. E lo ha fatto non tra mille tasti, bensì dentro una singola nota.

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