C’è una cosa che mi accade da un po’ – da quando ho iniziato Underworld – ma forse anche da prima, da quando ho capito che leggere davvero DeLillo significa mettersi in uno stato di disponibilità mentale: una specie di apertura selettiva che ti fa stare in ascolto anche quando sembra che la trama stia andando da un’altra parte, o non stia andando affatto. Nel frattempo continuo a scorrere, ad accumulare detriti narrativi, come se fossi uno dei tecnici della gestione rifiuti nel deserto del Nevada — solo che i miei rifiuti sono frasi, immagini, campi semantici che si accumulano nei recessi della memoria come cartoni piegati male.
Leggere Underworld non è seguire una storia. È entrare in una frequenza senza temere di aver sbagliato libro, come quelle onde radio che si sentivano nelle vecchie autoradio a manopola, dove bisognava spostare appena un po’ la rotella per sintonizzarsi, e anche quando prendevi bene il segnale, c’era sempre un po’ di fruscio sotto. Ecco: sto imparando ad ascoltare quel fruscio di di fondo che – in modo molto più amplificato – si trovava in Rumore bianco, e la cosa più paradossale è che sento di non volerlo finire troppo presto.

Non solo per paura che la fine non sia all’altezza (cosa che succede spesso), ma perché c’è qualcosa nel modo in cui Underworld si muove (o meglio, si stratifica) che mi fa pensare di essere dentro una specie di lavoro preparatorio. Come se stessi lentamente allenando le sinapsi a tollerare la complessità, a non chiedere soluzioni, a vivere dentro le deviazioni. Perché il romanzo, in fondo, non è un viaggio verso una meta: è una forma di resistenza al bisogno di arrivare.
Mi scopro a sottolineare frasi che non capisco del tutto. A tornare indietro non per chiarire, ma per riprendere fiato. A farmi ossessionare da dettagli del tutto marginali (la palla da baseball, il modo in cui una bambina tiene una videocamera, la sigaretta, il sesso delle parole), e a sentirmi in colpa per non aver dato abbastanza attenzione a personaggi che magari non torneranno più, ma che sembrano essere lì per farmi sentire in difetto. Intanto, in un angolo della mente, c’è il prossimo libro. Quello che ho già scelto, o che si sta scegliendo da sé, o che lentamente ha scelto me nel modo in cui solo i libri importanti sanno fare, insinuandosi con discrezione, come un appuntamento che ancora non c’è, ma già incombe.
Sto leggendo Underworld, sì. Ma sto anche ascoltando cosa mi succede mentre lo leggo. E se mi succede di rallentare, di fermarmi su una frase, di non capire e continuare comunque, allora forse sto facendo qualcosa che non riguarda solo questo libro, ma anche tutti quelli che verranno dopo. Magari è questo il vero senso del “leggere bene”. Non finire in fretta. Non cercare verità facili. Ma lasciare che il romanzo si depositi dentro di te come una città interrata da esplorare di nuovo, più avanti, con occhi diversi.

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