Come consultare il Rocci e uscirne più confusi (ma Felici?)

Ammettiamolo – e con “ammettiamolo” non intendo un generico invito alla condivisione di un’opinione qualsiasi, ma una specie di confessione collettiva, come se ci stessimo stringendo l’un l’altro in una piccola aula universitaria odorante di muffa, umidità e terrore pre-traduzione – : il Rocci, cioè il Vocabolario Greco-Italiano del professor Lorenzo Rocci (1871–1951, gesuita, ellenista, personaggio probabilmente immaginario o comunque costruito retroattivamente dalla comunità filologica italiana per giustificare l’esistenza stessa di un simile oggetto), non è un libro. E neppure uno “strumento”, se vogliamo usare quella parola fredda e ingegneristica che fa tanto laboratorio linguistico anni ’80. Il Rocci è un evento. È un corpo opaco e monumentale che si piazza sul tavolo come una meteora dimenticata da un’altra civiltà, una specie di Stonehenge lessicale, solo che al posto dei misteriosi allineamenti cosmici ci offre una selva di radici verbali, glosse oblique, segni diacritici disposti con una logica nota solo agli dèi (dèi?) e ai redattori di fine Ottocento.

Sfogliarlo – e con sfogliare intendo quell’azione delicatissima, quasi da restauratore di manoscritti persiani, che implica dita umide ma non troppo, polpastrelli in tensione, occhi semisocchiusi per il terrore che un singolo gesto maldestro possa compromettere l’equilibrio millimetrico di una rilegatura ormai cedevole – significa accedere a un’esperienza che trascende di molto la mera consultazione. Siamo nell’ambito dell’esperienza estetico-cognitiva di tipo immersivo, pre-digitale ma già radicalmente hyper, nel senso che ogni lemma, anche il più umile e apparentemente privo di ambizione (tipo τύπτω o φημί), si spalanca come una botola semantica sotto i piedi, trascinandoti in una rete di rimandi interni, accezioni arcane, usi “solo in Sofocle”, variazioni diacroniche e significati “da intendersi solo alla luce di un confronto con la versione attica del termine nell’uso epigrafico funerario”. Un catalogo del caos che finge ordine.

E qui, ovviamente, sta la geniale perfidia del Rocci. Tu apri il tomo, convinto di voler sapere semplicemente cosa diavolo significhi, che so, βάλλω, e ti ritrovi di fronte a una vertigine ontologica: “gettare”, certo, ma anche “scagliare”, “infliggere”, “imprimere”, “colpire”, “proiettare”, “insinuare”, “spargere”, “precipitare in uno stato d’essere differente” (!?), “mettere a disposizione di”, “abbandonare”, “istituire”, “osare”, “subire”. A quel punto ti rendi conto che non stai più cercando un significato: stai cercando te stesso in mezzo a un dizionario.

Perché il punto – il vero punto, quello che il Rocci ti sbatte in faccia con tutta la sobrietà gesuitica dei suoi editori – è che non esiste un significato univoco. Esiste solo una tensione costante tra il voler dire e il poter intendere, tra il lemma e il mondo. Il Rocci, in fondo, è una macchina epistemologica travestita da dizionario. Ti seduce con l’illusione della consultazione rapida, ma poi ti costringe a pensare, cioè a vagare, a disorientarti, a inciampare nei confini sempre mobili del linguaggio. La verità è che il Rocci agisce come dispositivo di umiliazione intellettuale volontaria ma consapevole: ogni voce è una trappola. Ogni rimando è un vicolo cieco che si apre su altri cinque vicoli ciechi. Ogni pagina è un affronto all’idea ingenua che leggere significhi capire.

Ed è qui che entra in scena la vera lezione. Perché il Rocci, in realtà, non ti insegna il greco. Ti insegna l’umiltà epistemologica. Ti insegna che ogni volta che pensi di aver “capito” qualcosa, quella cosa ti si sposta un millimetro più in là. E più provi a fissarla, più ti sfugge. È come tentare di afferrare un’ombra con una rete da pesca. Mi pare di vederlo, il Rocci, materializzarsi sulla scrivania: enorme, ingombrante, silenzioso come una presenza ultraterrena. E tu davanti a lui, piccolo, confuso, probabilmente sudato. Ma, per un attimo, consapevole. Consapevole della vastità del linguaggio. Della tua ignoranza. E della bellezza  (dolorosa, immensa)  di continuare a cercare comunque.

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