Prima di partire

L’illuminazione (se proprio dobbiamo chiamarla così) arrivò una mattina qualsiasi, mentre si chinava a raccogliere una tazza di caffè scheggiata caduta dal tavolo. Non tanto per la scheggiatura in sé, più che altro per la consapevolezza che avrebbe potuto rimanere lì, in quel triangolo di ceramica spezzata che scintillava come un dente cariato al sole, per settimane intere. Perché così era sempre stato: cose lasciate a metà, rapporti logorati dal silenzio, un disprezzo tiepido e metodico verso qualunque forma di manutenzione (degli oggetti, delle relazioni, persino delle proprie unghie). Eppure, in quel frammento di ceramica, lui vide il contrario: l’urgenza di rimettere tutto in ordine. Non tanto per vivere meglio, quanto per andarsene. Sistemare prima di partire.

Cominciò dalle cose semplici, quasi ridicole nella loro ovvietà. Telefonò al fratello maggiore – quello con cui non parlava da anni, da quando si erano insultati a Natale per una questione di ereditarietà di mobili che nessuno dei due voleva davvero – e, dopo cinque squilli e un attimo di esitazione (“Ciao, sono io… sì, lo so che non ci sentiamo… no, non è successo niente, volevo solo salutarti”), sentì dall’altro capo del filo una pausa, poi un respiro profondo, e infine una voce quasi commossa che diceva: “Finalmente”. E fu strano, perché bastò quella parola, “finalmente”, per farlo sentire in colpa per tutto quel tempo trascorso nel mutismo passivo-aggressivo che lui chiamava dignità.

Poi toccò alla biblioteca. Riprese in mano i libri abbandonati, li sfogliò con attenzione maniacale, scoprendo biglietti del treno usati come segnalibri, scontrini, persino un biglietto d’auguri mai consegnato. Allineò i volumi per autore e per casa editrice, passando un panno umido sulle copertine appiccicose. Non lo faceva per amore della lettura, che in quel momento gli sembrava un’attività secondaria, quasi decorativa, ma per la necessità di lasciare un ordine tangibile, un archivio che parlasse di lui con chiarezza. “Se qualcuno entrerà qui dopo, deve trovare senso” – pensava.

E alla vicina di casa. Che quel giorno incontrò sulle scale con le buste della spesa. Normalmente avrebbe abbassato lo sguardo, fingendo di armeggiare con le chiavi, ma invece disse, con un tono che sorprese prima di tutto lui stesso: “Posso aiutarla?”. Lei lo guardò come si guarda un albero che improvvisamente fiorisce a gennaio, e rispose con un sorriso incredulo: “Grazie, davvero”. Due parole, un sorriso. E lui, mentre portava le buste fino alla porta, pensò che in fondo tutto il suo nuovo progetto era proprio questo: lasciare dietro di sé una scia di sorrisi brevi, irripetibili, destinati a svanire, ma sufficienti a costruire un’illusione di armonia.

E il bello (o il tragico, dipende dai punti di vista) era che più lui si dedicava a questo lavoro di restauro relazionale e oggettistico, più gli altri cominciavano a trovarlo sorprendentemente gradevole. Persino affettuoso. “Finalmente ti vedo bene”, dicevano. E lui sorrideva, col pensiero già rivolto al giorno in cui tutto sarebbe stato così abbastanza in ordine da non richiedere più la sua presenza. Probabilmente lo avrebbe fatto dopo Natale, poco prima della fioritura dell’albero – che fosse quello a cui alludeva la vicina di casa o quello addobbato in salotto non importava: l’importante era che tutto fosse pronto.

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