La grammatica del quasi secondo E.B.

C’è da dire questo su Ebby Bombardier: che la seconda volta che la vedi – e per “vedere” qui intendi un misto di retina, memoria e superstizione – ti sembra che il suo nome sia stato inventato da qualcuno che non crede nei nomi ma nei codici fiscali dell’anima. Ebby non cammina, avanza. Non sorride, deroga. E tuttavia la sua sola presenza – che ti piace definire concentrazione di luce e riflessi – ti costringe a riorganizzare l’intero ecosistema delle abitudini, delle letture, persino del modo in cui ti lavi i denti.

C’è turbolenza, ma nessun precipizio. Ebby passa tra le postazioni con l’attenzione selettiva di chi ha imparato a non farsi sequestrare dall’urgenza altrui. Appoggia un libro sul tavolo – un tomo dalla copertina che sa già di polpa e di perdono – e tu, che in quel momento hai la spina dorsale a forma di punto e virgola, capisci che il desiderio non è un’accensione ma un regime: una dieta di privazioni ben dosate. Il desiderio è l’ombra che fai nel corridoio quando cerchi di passare in silenzio e finisci per fare più rumore. Poi ti sorprende un pensiero non nobile ma rassicurante, e ricominci la tua meditazione quotidiana. Annoti i titoli accanto alla tazzina del caffè: romanzi con mappe, saggi con grafici, una poesia che si è dimenticata di andare a capo. Toni viola, in fin dei conti sobri, ma non occorre per forza una seconda vita per perdere la sobrietà.

Ti alleni a leggere – intendi uscire da te, come si guarda qualcuno che dorme: senza disturbarlo e con la speranza che, al risveglio, ti riconosca. Riapprendi il gesto di sottolineare a matita leggera, come se la carta potesse fraintendere. Fai tutto ciò che somiglia a un’avventura, togliendole però la parte avventurosa. Fuori intanto la città lavora con l’efficacia crudele delle cose inanimate: semafori che dilatano, autobus che arrivano vuoti e ripartono pieni, eserciti che non capiranno mai il tuo stato d’animo. Ma c’è la luce di mezzogiorno che attraversa le tapparelle e scompone i volti nei monitor, rendendo tutto un po’ più accettabile. Ti viene da pensare che la vera trama non sia tra voi, ma nelle barriere invisibili che vi connettono e vi separano: gli orari, i calendari condivisi, i corridoi dove i passi si sentono in anticipo, sempre troppo tardi, come se il pavimento avesse preveggenza.

C’è anche la filosofia, certo – ma è un’amica che entra al cinema a film iniziato – Stavolta quel pensiero che ti pare illuminante dice, con voce neutra, che il desiderio vive di distanza e di promessa. E che quando la promessa si compie, il desiderio si ritira educatamente, lascia la mancia e scompare. La tua esperienza suggerisce che il desiderio, se esaudito, non scompare: cambia mestiere. Diventa manutentore del silenzio, o peggio contabile della colpa. Ti scopri allora a preferire la soglia alla stanza, il preliminare al possesso, il parlare intorno al dire.

Ed è qui che Ebby compie la sua piccola magia quotidiana: ti insegna la grammatica del quasi. La distanza giusta alla quale la realtà brilla senza ustionare. È anche una grammatica vera e propria: pronomi prudenti, verbi al condizionale, parentesi che apri per respirare e chiudi quando ti accorgi di aver detto troppo. Dentro quella grammatica c’è un’etica. E dentro quell’etica una forma di tenerezza che non ha bisogno di essere ricambiata per essere reale. Una sera rimanete in due a chiudere l’open space. Lei ripone il libro nello zaino con un gesto che non è addio ma rinvio. Ti chiede. Tu dici quasi. Lei annuisce che. In quell’annuire c’è la comune religione del non.

La porta automatica si apre col solito sospiro gracchiante, e per un attimo ti sembra di capire che le vostre vite si tengono insieme per le cose non successe; che leggere gli stessi libri è un modo socialmente accettabile di condividere un segreto; e che l’affetto – parola grande, parola con alone – quando non è dichiarato diventa un’economia, un insieme di risparmi minuscoli messi da parte nelle pieghe del giorno. Ti resta addosso una contentezza che non è gioia e non è dolore. È la contentezza del corridoio vuoto dopo il passaggio felpatamente rumoroso di Ebby Bombardier: un suono trattenuto, la scia di un profumo senza nome, e soprattutto l’idea – non spiacevole – che domani avrai di nuovo qualcosa da inseguire, senza il peso di doverlo raggiungere.

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