Sui tragici fatti che hanno coinvolto il povero Andrea Pucci, che alla fine non va più a Sanremo, non sarebbe corretto mettersi a fare i saputelli con la consuetudine tipica della critica sul comico che “non fa ridere”. È un luogo comune talmente noioso da andare avanti per inerzia: non mi piace, quindi non fa ridere. E c’è anche quella lieve irritazione quando qualcuno scambia la propria percezione per legge universale, come se l’umorismo dovesse superare un esame di Stato. Forse la questione è un’altra: non va più di moda prendersela con chi “non fa ridere”, ma per fortuna non vanno più di moda nemmeno l’omofobia o la battuta razzista/misogina, fatta eccezione per un certo pubblico rimasto, per così dire, trincerato nella giungla.
Detto questo, la mia verità del tutto non richiesta è più semplice: Pucci è triste. Non di quella tristezza epica da romanzo, più una malinconia quasi comica suo malgrado: quella di un soldato rimasto a combattere una guerra che il resto del mondo, con un pizzico di buonsenso, ha archiviato da un pezzo. Quella tristezza dello sforzo ostinato, della fatica visibile, della goffaggine sincera di chi prova a far ridere mentre il contesto intorno è già cambiato e lui non se n’è accorto, o non vuole accorgersene. E in quel momento non ridi: ti senti come davanti a un prestigiatore che sbaglia il trucco e poi ti guarda, sperando che tu non te ne sia accorto.
Il punto, forse, è tutto qui: stiamo litigando da due giorni su un comico, su chi fa buona satira e su chi non dovrebbe neanche provarci, ma l’unica cosa che non riusciamo più a produrre, in tutta questa enorme, serissima discussione sulla comicità, è una risata vera. Di quelle che ti scappano quando capisci, quasi per sbaglio, che la guerra è finita da un pezzo e che l’unica cosa rimasta davvero in trincea non è il comico, ma il bisogno di litigare su di lui. Il che, se ci pensi, è forse l’unica cosa davvero comica riuscita in tutta questa storia.

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