++ Raccolta differenziata di opinioni non richieste ++

  • L’effetto sorpresa

    La questione dell’effetto sorpresa è probabilmente una di quelle cose su cui l’umanità avrebbe dovuto riflettere con maggiore serietà molto prima di inventare, per esempio, i droni militari o i messaggi vocali da sette minuti. Perchè la sorpresa, in sé, gode di una reputazione immeritatamente positiva. La sorpresa è infatti associata ai compleanni, ai regali, ai ritorni anticipati, alle persone che entrano in una stanza gridando qualcosa e facendo saltare per aria i coriandoli che qualcuno inevitabilmente dovrà poi raccogliere. Il presupposto è che sorprendere qualcuno significhi mostrare qualcosa di bello prima che abbia il tempo di prepararsi. Quello che viene omesso (e che forse dovrebbe comparire in font piccolo sotto la parola SORPRESA come le controindicazioni nei bugiardini), è che tornando a casa prima del previsto si rinuncia contemporaneamente a una delle più importanti convenzioni della vita civile: dare agli altri il tempo necessario per diventare presentabili.

    Marta, comunque, era tornata a casa prima del previsto, e l’idea era stata perfino affettuosa. Non aveva telefonato, non aveva scritto. Non aveva prodotto nessuna delle minuscole notifiche preventive attraverso cui oggi segnaliamo agli altri che stiamo per entrare fisicamente nel loro spazio. Aveva pensato: gli faccio una sorpresa, punto E questo, a posteriori, aveva assunto la particolare comicità tragica di certe frasi pronunciate immediatamente prima di un incidente domestico.

    Perché a casa Cristiano non era solo.

    Diciamo, meglio, forse in maniera un po’ invadente, che Cristiano stava trascorrendo un pomeriggio di notevole convivialità con due giovani culturisti di una certa prestanza. Molto simpatici, almeno a giudicare dalla situazione, ma soprattutto molto a loro agio.

    Marta, che naturalmente non disponeva in quel momento né del distacco dello storico né della curiosità di un’antropologa, non si soffermò particolarmente sulla loro simpatia. Il problema delle cose viste all’improvviso è che non restano quasi mai confinate al momento in cui le hai viste, si mettono immediatamente al lavoro sul passato. In meno di un secondo certi messaggi cambiano tono, certe vacanze acquistano particolari che non avevi notato, alcuni silenzi smettono di essere silenzi, le docce insolitamente lunghe diventano improvvisamente interessanti e perfino una conversazione del tutto insignificante avvenuta nel 2022 chiede di essere riesaminata.

    Tutto diventa materiale probatorio. È quello che potremmo definire Effetto Sorpresa Retroattivo: non solo scopri qualcosa, ma realizzi all’improvviso che forse avresti dovuto scoprirla molto prima. Naturalmente non tutto quello che Marta ricordava diventava, per questo, una prova a carico di Cristiano. Qualche volta era uscito a comprare il pane ed era davvero uscito a comprare il pane. Ma adesso anche il pane aveva bisogno di un alibi, per non parlare della crema protettiva.

    Il problema era che, dopo aver visto quello che aveva visto, Marta cominciava a chiedersi quante altre cose le fossero passate davanti senza che ci facesse caso. Le veniva così in mente una telefonata interrotta, un rientro attardato dopo aver visto giocare la Roma, o quel fine settimana in montagna in cui lui era stato stranamente allegro: episodi che prima non avevano nulla a che fare l’uno con l’altro ma che adesso sembravano combaciare benissimo. 

    Per qualche giorno Marta e Cristiano cominciarono a parlarsi in quella lingua particolare delle coppie che stanno attraversando una catastrofe sentimentale: frasi brevissime contenenti quantità industriali di significato. “Hai mangiato la verdura?”, che vorrà dire? E poi via tutto il resto: ti odio ma non voglio che tu muoia. Oppure: Non so ancora cosa siamo. Oppure: Ho cucinato troppo. Oppure, tutte e tre le cose contemporaneamente.

    Io venni informato della faccenda più tardi, al telefono naturalmente, da un amico comune. Le tragedie contemporanee arrivano tutte attraverso una manciata di centimetri di schermo. La cosa strana era che, mentre ascoltavo, una parte della mia mente era sinceramente preoccupata per Marta e un’altra – una parte abbastanza meschina e tuttavia impossibile da licenziare – osservava tutta la vicenda come se qualcuno avesse improvvisamente deciso di accelerare la trama di una serie televisiva fino a renderla quasi offensiva nei confronti della verosimiglianza. Due giovanotti di una certa prestanza. La sorpresa. Il rientro anticipato; Cristiano; Marta; io. A un certo punto veniva quasi voglia di protestare con l’autore. Solo che non c’era nessun autore, ed era questo il problema. Nelle storie, quando accade qualcosa di assurdo, si può accusare chi l’ha scritto, ma nella vita bisogna accettare la possibilità molto più inquietante che nessuno stia controllando la sceneggiatura. Marta, nei giorni successivi, alternava rabbia, tristezza, sarcasmo e quella particolare specie di calma che non è propriamente calma ma un sistema nervoso che ha deciso temporaneamente di sospendere il servizio. Io cercavo di non darle consigli.

    Questa cosa del dare consigli alle persone appena tradite è, se ci si pensa, una forma curiosissima di presunzione. Come se uno potesse osservare dall’esterno quindici anni di matrimonio e dire: Io farei così. No, tu non faresti così, tu non sei dentro quei quindici anni. Tu sei seduto sul divano con una tisana e delle opinioni. Così le dissi soltanto “che c’ero”, frase estremamente semplice, talmente semplice da sembrare quasi insufficiente, magari proprio per questo giusta. Qualche giorno dopo Marta partì per Torino per lavoro. Mi scrisse che era tutto okay. “Tutto okay” è una delle espressioni più ambigue disponibili nella lingua italiana. Può significare che è davvero tutto Ok, può significare che niente è oK. Può significare che non ne vuole parlare, sto lavorando, sopravvivo, smettila di chiedermelo.

    Decisi di prenderla alla lettera: Tutto okay. Non so se ci credessi davvero, probabilmente non era neppure importante. Era quello che Marta aveva scelto di scrivere e, almeno per quella notte, poteva bastare. Marta era a Torino, Cristiano era presumibilmente altrove. I due giovanotti di una certa prestanza erano tornati alle rispettive vite, sulle quali non possedevo informazioni e che, con ogni probabilità, non avevano alcun bisogno né di me né di Cristiano. E io, nel cuore della notte, pensavo ancora all’effetto sorpresa. Pensavo alla quantità di realtà che esiste soltanto perché non siamo presenti nel momento sbagliato, alle porte che normalmente apriamo cinque minuti più tardi. Ai treni che prendiamo invece di quelli precedenti e ai messaggi che mandiamo prima di arrivare. E pensavo che forse la vita civile è costruita in buona parte su una cosa molto semplice: avvisare. Perché le sorprese sono bellissime. Purché tutti abbiano avuto il tempo di prepararsi.

  • Appunti per una teoria domestica della tristezza co(s)mica (con Sanremo sullo sfondo)

    Sui tragici fatti che hanno coinvolto il povero Andrea Pucci, che alla fine non va più a Sanremo, non sarebbe corretto mettersi a fare i saputelli con la consuetudine tipica della critica sul comico che “non fa ridere”. È un luogo comune talmente noioso da andare avanti per inerzia: non mi piace, quindi non fa ridere. E c’è anche quella lieve irritazione quando qualcuno scambia la propria percezione per legge universale, come se l’umorismo dovesse superare un esame di Stato. Forse la questione è un’altra: non va più di moda prendersela con chi “non fa ridere”, ma per fortuna non vanno più di moda nemmeno l’omofobia o la battuta razzista/misogina, fatta eccezione per un certo pubblico rimasto, per così dire, trincerato nella giungla.

    Detto questo, la mia verità del tutto non richiesta è più semplice: Pucci è triste. Non di quella tristezza epica da romanzo, più una malinconia quasi comica suo malgrado: quella di un soldato rimasto a combattere una guerra che il resto del mondo, con un pizzico di buonsenso, ha archiviato da un pezzo. Quella tristezza dello sforzo ostinato, della fatica visibile, della goffaggine sincera di chi prova a far ridere mentre il contesto intorno è già cambiato e lui non se n’è accorto, o non vuole accorgersene. E in quel momento non ridi: ti senti come davanti a un prestigiatore che sbaglia il trucco e poi ti guarda, sperando che tu non te ne sia accorto.

    Il punto, forse, è tutto qui: stiamo litigando da due giorni su un comico, su chi fa buona satira e su chi non dovrebbe neanche provarci, ma l’unica cosa che non riusciamo più a produrre, in tutta questa enorme, serissima discussione sulla comicità, è una risata vera. Di quelle che ti scappano quando capisci, quasi per sbaglio, che la guerra è finita da un pezzo e che l’unica cosa rimasta davvero in trincea non è il comico, ma il bisogno di litigare su di lui. Il che, se ci pensi, è forse l’unica cosa davvero comica riuscita in tutta questa storia.

  • Il miracolo della statistica [una forma di fede ragionevole]

    Un mercoledì qualunque, quando il cielo sopra la tangenziale aveva il colore compatto di un monitor in standby e le notifiche avevano smesso di sembrare urgenti, aveva saputo da lei – o credette di sapere – che la sua architettura riproduttiva risultava non pienamente conforme ai protocolli biologici attesi.

    Glielo disse una mattina, mentre si stavano amando, con la voce che usano le persone che vogliono sembrare rassegnate ma, in fondo, stanno solo testando una reazione con un tono dolce, dolente, vagamente clinico. E lui le credette subito. Le credette come si crede al bollettino meteo o alle storie dei nonni, con quella fiducia pigra che ti fa sentire una persona buona solo perché non chiedi nulla. E poiché era – o amava pensarsi – un uomo ragionevole e di sentimenti altrettanto ragionevoli e moderni, la abbracciò forte dicendole che la cosa non cambiava nulla, e che anzi la amava anche per questo, e che la vita non è fatta solo di possibilità biologiche ma anche di coincidenze spirituali.

    Quella mattina si amarono, senza cautele, e continuarono ad amarsi fino a quando, tre mesi dopo, lei lo chiamò per dirgli che il destino aveva frainteso la diagnosi, e che un piccolo miracolo era avvenuto. In quel momento lui – che credeva molto nella precisione scientifica delle parole e meno nei miracoli – scoprì che certe verità, come certe promesse, funzionano meglio se non si controllano troppo da vicino. Gli amici parlarono di sfortuna, lui preferì chiamarlo un errore statistico con vocazione divina: il tipo di prodigio di tre chili e mezzo che capita solo a chi si fida per educazione più che per fede.

    Nei giorni successivi si comportò come il personaggio secondario di un film di cui non si condivide il finale: con dignità, con calma, con la crescente sensazione di essere stato mal scritto. Non si arrabbiò (almeno non subito) perché prima voleva capire come, un “come” che nell’arco di una settimana divenne una brulicante ossessione. Rilesse i messaggi, riesaminò i calendari, ripassò mentalmente le leggi della biologia come se potesse trovarvi una clausola a suo favore. Scoprì presto che il dolore non stava nel fatto biologico in sé, ma nella sproporzione tra la verità e il modo in cui gli era stata consegnata: con leggerezza, con un mezzo sorriso, con la grazia crudele di chi crede che sincerità sia un sinonimo di tempismo. Gli chiesero che intenzioni avesse. Rispose che stava “elaborando”, il che in quel contesto significava più o meno cercare una formula abbastanza morale che suoni più o meno adulta.

    Una sera, al bar, qualcuno gli domandò se credeva ancora nei miracoli. Ci pensò un attimo, e rispose di sì. Ma aggiunse che, da un po’, li chiamava errori di calcolo affettivo: eventi in cui l’universo ti mostra con perfetta cortesia che la probabilità non è mai un argomento sufficiente per la fiducia. Eppure, anche se non lo ammetteva, provava un orgoglio sottile per via della sensazione che provava di essere stato scelto, come se la vita, in un raro atto di humor cosmico, gli avesse voluto insegnare che i miracoli accadono proprio quando ci si convince di non meritarli.

    Col passare dei mesi smise di chiedersi se fosse stato ingannato o soltanto ingenuo. Scoprì che tra le due cose c’è una distanza minima: una zona grigia dove finiscono per convivere il perdono e la stanchezza. Ogni tanto pensava a lei, ma più come si pensa a una parola che non si deve pronunciare – non per rancore, ma per delicatezza grammaticale. A modo suo le era grato per avergli ricordato che l’amore non è un’equazione di certezze, ma una forma di statistica emotiva in cui i margini d’errore coincidono quasi sempre con la speranza.

    Aveva smesso di parlarne, più che per pudore, per esaurimento narrativo; certe storie, una volta raccontate, smettono di contenere qualcosa. Così imparò a conviverci come con una vecchia cicatrice: non la mostrava, ma ne riconosceva la provenienza. E quando gli capitava di vedere bambini giocare in un parco, in treno, o tra i corridoi di un centro commerciale, sorrideva con una tenerezza che non sapeva più se fosse tristezza o pace. Pensava che forse non servono spiegazioni, che certe bugie non nascono per ferire, ma per testare la nostra capacità di credere ancora. Perché in fondo, crederci era stato bello. Non giusto, non saggio, ma bello. Il tipo di bellezza che non salva, ma illumina per un istante, un errore che per un solo momento riesce a sembrare perfetto.

    A distanza di tempo non sapeva ancora se fosse stato un miracolo o una trappola benevola dell’evoluzione. Certe volte, guardandola con il bambino in braccio, gli pareva che la natura avesse un suo umorismo segreto: la capacità di orchestrare coincidenze con la precisione di un ingegnere e la malizia di una commedia romantica. Forse lei non aveva pianificato nulla. Forse sì. Ma in fondo, che differenza faceva? Era bastato un solo errore di calcolo – o di desiderio – per dimostrare che l’istinto, quando decide di intervenire nella sceneggiatura, vince sempre sulle previsioni e sulle precauzioni. Lui, che pure amava sentirsi un uomo di ragione, finì per ammettere che certe strategie del cuore – o di qualunque altra parte del corpo responsabile – non le capirà mai fino in fondo.

    Sorrise. La chiamò la mia piccola teoria evolutiva con gli occhi verdi.

  • Il rumore  che il futuro non fa più

    Perchè adesso il vecchio sei proprio tu. 

    Tu che un tempo chiamavi così quelli che si sedevano ai bordi delle conversazioni e sorridevano senza dire nulla, custodi di un segreto troppo fragile per essere raccontato. Ti ricordi i nonni, le sere d’estate in cui il cielo sembrava promettere qualcosa di infinito, i profumi che non hanno più nome. Ti ricordi anche dei tanti “sì” che hai rimandato – per paura, per distrazione, per la presunzione di avere tempo – e dei “no” pronunciati in fretta, con quella sicurezza che soltanto la giovinezza può scambiare per coraggio.

    Adesso la memoria è una casa dove le stanze cambiano posto ogni notte. Ti capita di entrare in un ricordo per cercare qualcuno e trovare te stesso, più giovane, che fai finta di non vederti passare. Ridi piano, perché capisci che non eri pronto allora e non lo sei nemmeno ora. La nostalgia non è tristezza: è un organo vitale, qualcosa che batte dentro quando il futuro ha smesso di far rumore. È la compagnia silenziosa di chi sa che i giorni migliori non torneranno, ma continuano a esistere come odori, come ombre, come piccole apparizioni che ti raggiungono senza preavviso.

    Ti accorgi che l’esperienza non serve più a capire, ma solo a ricordare meglio. E che la solitudine, con il tempo, diventa una forma di saggezza: il modo più onesto di restare in ascolto del passato. Guardi indietro, provi rimpianto, una tenerezza sottile che non puoi raccontare agli amici divenuti fantasmi. Provi una gratitudine inaccettabile per tutto ciò che è stato abbastanza vero, e probabilmente è questo il privilegio della vecchiaia: non capire la vita, ma provare a ricordarla con gentilezza.

  • La grammatica del quasi secondo E.B.

    C’è da dire questo su Ebby Bombardier: che la seconda volta che la vedi – e per “vedere” qui intendi un misto di retina, memoria e superstizione – ti sembra che il suo nome sia stato inventato da qualcuno che non crede nei nomi ma nei codici fiscali dell’anima. Ebby non cammina, avanza. Non sorride, deroga. E tuttavia la sua sola presenza – che ti piace definire concentrazione di luce e riflessi – ti costringe a riorganizzare l’intero ecosistema delle abitudini, delle letture, persino del modo in cui ti lavi i denti.

    C’è turbolenza, ma nessun precipizio. Ebby passa tra le postazioni con l’attenzione selettiva di chi ha imparato a non farsi sequestrare dall’urgenza altrui. Appoggia un libro sul tavolo – un tomo dalla copertina che sa già di polpa e di perdono – e tu, che in quel momento hai la spina dorsale a forma di punto e virgola, capisci che il desiderio non è un’accensione ma un regime: una dieta di privazioni ben dosate. Il desiderio è l’ombra che fai nel corridoio quando cerchi di passare in silenzio e finisci per fare più rumore. Poi ti sorprende un pensiero non nobile ma rassicurante, e ricominci la tua meditazione quotidiana. Annoti i titoli accanto alla tazzina del caffè: romanzi con mappe, saggi con grafici, una poesia che si è dimenticata di andare a capo. Toni viola, in fin dei conti sobri, ma non occorre per forza una seconda vita per perdere la sobrietà.

    Ti alleni a leggere – intendi uscire da te, come si guarda qualcuno che dorme: senza disturbarlo e con la speranza che, al risveglio, ti riconosca. Riapprendi il gesto di sottolineare a matita leggera, come se la carta potesse fraintendere. Fai tutto ciò che somiglia a un’avventura, togliendole però la parte avventurosa. Fuori intanto la città lavora con l’efficacia crudele delle cose inanimate: semafori che dilatano, autobus che arrivano vuoti e ripartono pieni, eserciti che non capiranno mai il tuo stato d’animo. Ma c’è la luce di mezzogiorno che attraversa le tapparelle e scompone i volti nei monitor, rendendo tutto un po’ più accettabile. Ti viene da pensare che la vera trama non sia tra voi, ma nelle barriere invisibili che vi connettono e vi separano: gli orari, i calendari condivisi, i corridoi dove i passi si sentono in anticipo, sempre troppo tardi, come se il pavimento avesse preveggenza.

    C’è anche la filosofia, certo – ma è un’amica che entra al cinema a film iniziato – Stavolta quel pensiero che ti pare illuminante dice, con voce neutra, che il desiderio vive di distanza e di promessa. E che quando la promessa si compie, il desiderio si ritira educatamente, lascia la mancia e scompare. La tua esperienza suggerisce che il desiderio, se esaudito, non scompare: cambia mestiere. Diventa manutentore del silenzio, o peggio contabile della colpa. Ti scopri allora a preferire la soglia alla stanza, il preliminare al possesso, il parlare intorno al dire.

    Ed è qui che Ebby compie la sua piccola magia quotidiana: ti insegna la grammatica del quasi. La distanza giusta alla quale la realtà brilla senza ustionare. È anche una grammatica vera e propria: pronomi prudenti, verbi al condizionale, parentesi che apri per respirare e chiudi quando ti accorgi di aver detto troppo. Dentro quella grammatica c’è un’etica. E dentro quell’etica una forma di tenerezza che non ha bisogno di essere ricambiata per essere reale. Una sera rimanete in due a chiudere l’open space. Lei ripone il libro nello zaino con un gesto che non è addio ma rinvio. Ti chiede. Tu dici quasi. Lei annuisce che. In quell’annuire c’è la comune religione del non.

    La porta automatica si apre col solito sospiro gracchiante, e per un attimo ti sembra di capire che le vostre vite si tengono insieme per le cose non successe; che leggere gli stessi libri è un modo socialmente accettabile di condividere un segreto; e che l’affetto – parola grande, parola con alone – quando non è dichiarato diventa un’economia, un insieme di risparmi minuscoli messi da parte nelle pieghe del giorno. Ti resta addosso una contentezza che non è gioia e non è dolore. È la contentezza del corridoio vuoto dopo il passaggio felpatamente rumoroso di Ebby Bombardier: un suono trattenuto, la scia di un profumo senza nome, e soprattutto l’idea – non spiacevole – che domani avrai di nuovo qualcosa da inseguire, senza il peso di doverlo raggiungere.

  • Prima di partire

    L’illuminazione (se proprio dobbiamo chiamarla così) arrivò una mattina qualsiasi, mentre si chinava a raccogliere una tazza di caffè scheggiata caduta dal tavolo. Non tanto per la scheggiatura in sé, più che altro per la consapevolezza che avrebbe potuto rimanere lì, in quel triangolo di ceramica spezzata che scintillava come un dente cariato al sole, per settimane intere. Perché così era sempre stato: cose lasciate a metà, rapporti logorati dal silenzio, un disprezzo tiepido e metodico verso qualunque forma di manutenzione (degli oggetti, delle relazioni, persino delle proprie unghie). Eppure, in quel frammento di ceramica, lui vide il contrario: l’urgenza di rimettere tutto in ordine. Non tanto per vivere meglio, quanto per andarsene. Sistemare prima di partire.

    Cominciò dalle cose semplici, quasi ridicole nella loro ovvietà. Telefonò al fratello maggiore – quello con cui non parlava da anni, da quando si erano insultati a Natale per una questione di ereditarietà di mobili che nessuno dei due voleva davvero – e, dopo cinque squilli e un attimo di esitazione (“Ciao, sono io… sì, lo so che non ci sentiamo… no, non è successo niente, volevo solo salutarti”), sentì dall’altro capo del filo una pausa, poi un respiro profondo, e infine una voce quasi commossa che diceva: “Finalmente”. E fu strano, perché bastò quella parola, “finalmente”, per farlo sentire in colpa per tutto quel tempo trascorso nel mutismo passivo-aggressivo che lui chiamava dignità.

    Poi toccò alla biblioteca. Riprese in mano i libri abbandonati, li sfogliò con attenzione maniacale, scoprendo biglietti del treno usati come segnalibri, scontrini, persino un biglietto d’auguri mai consegnato. Allineò i volumi per autore e per casa editrice, passando un panno umido sulle copertine appiccicose. Non lo faceva per amore della lettura, che in quel momento gli sembrava un’attività secondaria, quasi decorativa, ma per la necessità di lasciare un ordine tangibile, un archivio che parlasse di lui con chiarezza. “Se qualcuno entrerà qui dopo, deve trovare senso” – pensava.

    E alla vicina di casa. Che quel giorno incontrò sulle scale con le buste della spesa. Normalmente avrebbe abbassato lo sguardo, fingendo di armeggiare con le chiavi, ma invece disse, con un tono che sorprese prima di tutto lui stesso: “Posso aiutarla?”. Lei lo guardò come si guarda un albero che improvvisamente fiorisce a gennaio, e rispose con un sorriso incredulo: “Grazie, davvero”. Due parole, un sorriso. E lui, mentre portava le buste fino alla porta, pensò che in fondo tutto il suo nuovo progetto era proprio questo: lasciare dietro di sé una scia di sorrisi brevi, irripetibili, destinati a svanire, ma sufficienti a costruire un’illusione di armonia.

    E il bello (o il tragico, dipende dai punti di vista) era che più lui si dedicava a questo lavoro di restauro relazionale e oggettistico, più gli altri cominciavano a trovarlo sorprendentemente gradevole. Persino affettuoso. “Finalmente ti vedo bene”, dicevano. E lui sorrideva, col pensiero già rivolto al giorno in cui tutto sarebbe stato così abbastanza in ordine da non richiedere più la sua presenza. Probabilmente lo avrebbe fatto dopo Natale, poco prima della fioritura dell’albero – che fosse quello a cui alludeva la vicina di casa o quello addobbato in salotto non importava: l’importante era che tutto fosse pronto.

  • Come consultare il Rocci e uscirne più confusi (ma Felici?)

    Ammettiamolo – e con “ammettiamolo” non intendo un generico invito alla condivisione di un’opinione qualsiasi, ma una specie di confessione collettiva, come se ci stessimo stringendo l’un l’altro in una piccola aula universitaria odorante di muffa, umidità e terrore pre-traduzione – : il Rocci, cioè il Vocabolario Greco-Italiano del professor Lorenzo Rocci (1871–1951, gesuita, ellenista, personaggio probabilmente immaginario o comunque costruito retroattivamente dalla comunità filologica italiana per giustificare l’esistenza stessa di un simile oggetto), non è un libro. E neppure uno “strumento”, se vogliamo usare quella parola fredda e ingegneristica che fa tanto laboratorio linguistico anni ’80. Il Rocci è un evento. È un corpo opaco e monumentale che si piazza sul tavolo come una meteora dimenticata da un’altra civiltà, una specie di Stonehenge lessicale, solo che al posto dei misteriosi allineamenti cosmici ci offre una selva di radici verbali, glosse oblique, segni diacritici disposti con una logica nota solo agli dèi (dèi?) e ai redattori di fine Ottocento.

    Sfogliarlo – e con sfogliare intendo quell’azione delicatissima, quasi da restauratore di manoscritti persiani, che implica dita umide ma non troppo, polpastrelli in tensione, occhi semisocchiusi per il terrore che un singolo gesto maldestro possa compromettere l’equilibrio millimetrico di una rilegatura ormai cedevole – significa accedere a un’esperienza che trascende di molto la mera consultazione. Siamo nell’ambito dell’esperienza estetico-cognitiva di tipo immersivo, pre-digitale ma già radicalmente hyper, nel senso che ogni lemma, anche il più umile e apparentemente privo di ambizione (tipo τύπτω o φημί), si spalanca come una botola semantica sotto i piedi, trascinandoti in una rete di rimandi interni, accezioni arcane, usi “solo in Sofocle”, variazioni diacroniche e significati “da intendersi solo alla luce di un confronto con la versione attica del termine nell’uso epigrafico funerario”. Un catalogo del caos che finge ordine.

    E qui, ovviamente, sta la geniale perfidia del Rocci. Tu apri il tomo, convinto di voler sapere semplicemente cosa diavolo significhi, che so, βάλλω, e ti ritrovi di fronte a una vertigine ontologica: “gettare”, certo, ma anche “scagliare”, “infliggere”, “imprimere”, “colpire”, “proiettare”, “insinuare”, “spargere”, “precipitare in uno stato d’essere differente” (!?), “mettere a disposizione di”, “abbandonare”, “istituire”, “osare”, “subire”. A quel punto ti rendi conto che non stai più cercando un significato: stai cercando te stesso in mezzo a un dizionario.

    Perché il punto – il vero punto, quello che il Rocci ti sbatte in faccia con tutta la sobrietà gesuitica dei suoi editori – è che non esiste un significato univoco. Esiste solo una tensione costante tra il voler dire e il poter intendere, tra il lemma e il mondo. Il Rocci, in fondo, è una macchina epistemologica travestita da dizionario. Ti seduce con l’illusione della consultazione rapida, ma poi ti costringe a pensare, cioè a vagare, a disorientarti, a inciampare nei confini sempre mobili del linguaggio. La verità è che il Rocci agisce come dispositivo di umiliazione intellettuale volontaria ma consapevole: ogni voce è una trappola. Ogni rimando è un vicolo cieco che si apre su altri cinque vicoli ciechi. Ogni pagina è un affronto all’idea ingenua che leggere significhi capire.

    Ed è qui che entra in scena la vera lezione. Perché il Rocci, in realtà, non ti insegna il greco. Ti insegna l’umiltà epistemologica. Ti insegna che ogni volta che pensi di aver “capito” qualcosa, quella cosa ti si sposta un millimetro più in là. E più provi a fissarla, più ti sfugge. È come tentare di afferrare un’ombra con una rete da pesca. Mi pare di vederlo, il Rocci, materializzarsi sulla scrivania: enorme, ingombrante, silenzioso come una presenza ultraterrena. E tu davanti a lui, piccolo, confuso, probabilmente sudato. Ma, per un attimo, consapevole. Consapevole della vastità del linguaggio. Della tua ignoranza. E della bellezza  (dolorosa, immensa)  di continuare a cercare comunque.

  • Fruscii di fondo

    C’è una cosa che mi accade da un po’ – da quando ho iniziato Underworld – ma forse anche da prima, da quando ho capito che leggere davvero DeLillo significa mettersi in uno stato di disponibilità mentale: una specie di apertura selettiva che ti fa stare in ascolto anche quando sembra che la trama stia andando da un’altra parte, o non stia andando affatto. Nel frattempo continuo a scorrere, ad accumulare detriti narrativi, come se fossi uno dei tecnici della gestione rifiuti nel deserto del Nevada — solo che i miei rifiuti sono frasi, immagini, campi semantici che si accumulano nei recessi della memoria come cartoni piegati male.

    Leggere Underworld non è seguire una storia. È entrare in una frequenza senza temere di aver sbagliato libro, come quelle onde radio che si sentivano nelle vecchie autoradio a manopola, dove bisognava spostare appena un po’ la rotella per sintonizzarsi, e anche quando prendevi bene il segnale, c’era sempre un po’ di fruscio sotto. Ecco: sto imparando ad ascoltare quel fruscio di di fondo che – in modo molto più amplificato – si trovava in Rumore bianco, e la cosa più paradossale è che sento di non volerlo finire troppo presto. 

    Non solo per paura che la fine non sia all’altezza (cosa che succede spesso), ma perché c’è qualcosa nel modo in cui Underworld si muove  (o meglio, si stratifica) che mi fa pensare di essere dentro una specie di lavoro preparatorio. Come se stessi lentamente allenando le sinapsi a tollerare la complessità, a non chiedere soluzioni, a vivere dentro le deviazioni. Perché il romanzo, in fondo, non è un viaggio verso una meta: è una forma di resistenza al bisogno di arrivare.

    Mi scopro a sottolineare frasi che non capisco del tutto. A tornare indietro non per chiarire, ma per riprendere fiato. A farmi ossessionare da dettagli del tutto marginali (la palla da baseball, il modo in cui una bambina tiene una videocamera, la sigaretta, il sesso delle parole), e a sentirmi in colpa per non aver dato abbastanza attenzione a personaggi che magari non torneranno più, ma che sembrano essere lì per farmi sentire in difetto. Intanto, in un angolo della mente, c’è il prossimo libro. Quello che ho già scelto, o che si sta scegliendo da sé, o che lentamente ha scelto me nel modo in cui solo i libri importanti sanno fare, insinuandosi con discrezione, come un appuntamento che ancora non c’è, ma già incombe. 

    Sto leggendo Underworld, sì. Ma sto anche ascoltando cosa mi succede mentre lo leggo. E se mi succede di rallentare, di fermarmi su una frase, di non capire e continuare comunque, allora forse sto facendo qualcosa che non riguarda solo questo libro, ma anche tutti quelli che verranno dopo. Magari è questo il vero senso del “leggere bene”. Non finire in fretta. Non cercare verità facili. Ma lasciare che il romanzo si depositi dentro di te come una città interrata da esplorare di nuovo, più avanti, con occhi diversi.

  • Il BUM, quella Grazia del Rituale nell’Era della Rumorosa Intermittenza Digitale

    Esiste, per fortuna, un profilo Facebook che ogni giorno, a mezzogiorno spaccato, nel momento esatto in cui il sole a Roma si fa zenitale (o quasi, per chi ama i dettagli astronomici e ha tempo di litigare con gli equinozi), scrive “BUM”. Solo questo. Tre lettere, una consonante sonora, una vocale aperta, e un’altra consonante a chiudere la porta con educata violenza.

    BUM. (senza punto)

    Non c’è variazione. Non c’è selfie. Non c’è link. Non c’è spiegazione. Non c’è meme, né call to action, né carosello motivazionale da business coach della Garbatella. Solo BUM. Ed è questo il punto.

    In un mondo in cui tutti sono lì a reinventarsi ogni giorno, ogni ora, ogni algoritmo – a piangere le proprie miserie in diretta, a proclamare identità mutevoli con il tono di chi sta riscrivendo il Vangelo in diretta Instagram – il “Cannone del Gianicolo” dice no. Il Cannone del Gianicolo dice BUM. E basta.

    BUM.

    Come un mantra. Come un respiro. Come una sveglia zen progettata da uno stoico colto in flagranza di poesia. È la grazia della ripetizione nell’epoca della distrazione compulsiva. È il grande conforto del prevedibile. È il suono secco e necessario di qualcosa che – incredibile a dirsi – funziona ancora.

    Ora: ci fu un giorno, un giorno oscuro, in cui il BUM non venne. Il profilo – sempre puntuale, sempre ligio, sempre ortodosso nel suo minimalismo digitale – fu costretto a pubblicare altro. Una sorta di lamento, un post-BUM privo di BUM, intriso di una compostezza tragica, come il maggiordomo inglese che chiede perdono per non aver servito il tè a causa di un’invasione aliena, quasi assumendosene la responsabilità (credo ci fu uno di quelli che chiamano “problema tecnico”).

    Quel giorno, i commenti erano un misto tra solidarietà e panico esistenziale. Gente che scriveva “non è mezzogiorno senza BUM”, alcuni che chiedevano se il cannone stesse bene, altri che proponevano un gruppo di preghiera (o una fiaccolata, non ricordo).

    Eppure il giorno dopo – e qui sta la grandezza, la vera grandezza – il profilo è tornato. Ha scritto BUM. Come se nulla fosse. Come se non ci fosse stata nessuna crisi. Come se il silenzio del giorno prima fosse stato solo un sogno brutto.

    BUM.

    Capite? È questo il punto. In un mondo che non smette mai di parlare, il vero gesto rivoluzionario è dire sempre la stessa cosa. Farlo con dedizione. Farlo senza chiedere niente in cambio. Farlo anche quando nessuno ti legge più, quando Facebook è diventato un’archeologia digitale e tutti stanno migrando altrove a costruire nuove identità di plastica su nuove piattaforme da riempire di nuovi vuoti.

    Ma lui, il Cannone del Gianicolo, no. Lui resta. Resta, e fa BUM.

    E in fondo, anche oggi, mentre tutto ci crolla addosso o ci scivola via in silenzio, anche oggi c’è una certezza: il post delle ore 12 è chiaro. È asciutto. È giusto.

    BUM.

  • Scendere è troppo

    C’è un momento, nel film La leggenda del pianista sull’oceano, in cui il protagonista – Danny Boodman T.D. Lemon Novecento (e già il nome è un esercizio di equilibrio tra caos e poesia) – si ferma. Non un fermarsi qualsiasi del tipo “faccio una pausa sigaretta”, parliamo di uno stop esistenziale, una frenata davanti all’assurdo della scelta. La scena è una specie di deflagrazione silenziosa: Novecento, che è nato su una nave, cresciuto su una nave, diventato leggenda su una nave, si trova davanti a una scala, una passerella, una possibilità. È lì per scendere. Per vedere la terra. Per esistere, forse, fuori da quel guscio fluttuante chiamato Virginian. E invece, non scende. Non perché non può, ma perché non vuole, perché scegliere lo paralizza. E se pensi che il non scegliere sia una scelta facile da raccontare, ci si sbaglia. Perché Novecento ci prova, eh. Dice qualcosa tipo:

    La terra è un pianoforte con milioni di tasti. Ma come fai a viverci? Io mi perdo.

    È una vertigine che fa venire il mal di mare, è l’impossibilità del mondo come somma ipertrofica di possibilità, che non è libertà, ma ansia. Non è scelta, ma overload. L’oceano, con i suoi limiti che si muovono ma non spariscono mai, diventa più abitabile dell’infinito, insomma servono i bordi per suonare. Novecento, che potrebbe suonare ovunque, sceglie l’unico luogo dove non deve scegliere: il ponte del Virginian e le sue ottantotto scale da ripercorrere al contrario, perché di scendere proprio non se ne parla. Ci ha provato sì, ma non fa per lui. Alla fine – se ci pensi – ogni possibilità che ti viene data è, in automatico, anche una forma di pressione. Ogni tasto che puoi suonare è anche una voce che ti sussurra: “e allora? Che fai? Perché proprio me e non quell’altro?” Ed è questo che Novecento sente. Lo capisci quando parla di quei “milioni di tasti”, milioni di strade, milioni di donne e di uomini, troppe città che è un modo elegante per dire: troppa roba. Troppi sguardi pieni di vita e di tristezza, troppi bar con tavolini tondi, troppi alberi che ondeggiano senza che nessuno glielo abbia chiesto.

    Entra in gioco l’idea che l’infinito non è libertà, ma panico mascherato da democrazia delle opzioni. Che poter fare tutto non è sempre un bene, se non sai più chi sei quando inizi. Perché magari, se parti da niente, il tutto ti schiaccia. Per Novecento, la nave era tutto. Ma non per mancanza di coraggio, non solo per quello. Era una struttura. Un tempo ritmato dal mare. Ottantotto tasti, come su un pianoforte. Come dire: l’universo è contenibile, ma solo se lo accordi bene. Solo se gli dai un inizio, una fine, un senso. E se scendi dalla nave, devi inventartelo tu, il senso. Devi fartelo esplodere dentro tutti i giorni. Devi convivere con la possibilità che niente si risolva, che ogni nota vada in fade-out invece che chiudersi bene su un accordo. E allora forse non è vigliaccheria. È estetica. È la scelta di un’armonia finita piuttosto che di un rumore eterno. O forse – e questa è l’ipotesi più inquietante – è solo la consapevolezza che certi esseri umani non sono progettati per la terraferma. Che alcuni di noi suonano bene solo quando non devono camminare, o perché, diciamolo, scegliere non è mai davvero scegliere. È più un atto di fede, cieco e balbettante, nel fatto che ciò che abbiamo scelto potrebbe essere giusto. O almeno abbastanza vero da non tradirci subito. 

    Eppure (c’è anche un eppure), quando suona ispirato da quella ragazza veneta arrivata all’improvviso, conosciuta a bordo – figlia di un passeggero che, tempo prima, era sceso – e che trasforma il cuore in brace, Novecento sembra avere scelto. Quasi. A modo suo. In quella melodia sospesa – che voleva tenere per sé, scritta con dita tremanti e cuore già oltre al prossimo porto – c’è tutto ciò che avrebbe potuto essere, perfino la terraferma. Ma, come si è soliti dire, questa è un’altra storia. Ciò che conta è che anche lì, nel punto più vicino alla discesa, resta fedele al suo universo fluttuante. Forse perché aveva intuito che scegliere davvero non significa scendere dalla nave, ma riconoscere la propria nota nell’intera partitura del mondo.

    Il caos – se accordato con cura – può essere l’unica cosa razionale, o giusta, da seguire? Qui che entra in soccorso l’autenticità, che non è mai brillante o sicura, non è una polizza sulla vita, è qualcosa come una strana risonanza interiore, un click silenzioso che senti solo tu, nel silenzio post-esplosione, dopo che tutti se ne sono andati e ti ritrovi solo con le macerie della nave e del possibile. Novecento resta a bordo, sì. Non perché non sa scegliere, probabilmente è proprio perché ha scelto una volta per tutte. E lo ha fatto dentro una singola nota, non tra mille tasti.