La questione dell’effetto sorpresa è probabilmente una di quelle cose su cui l’umanità avrebbe dovuto riflettere con maggiore serietà molto prima di inventare, per esempio, i droni militari o i messaggi vocali da sette minuti. Perchè la sorpresa, in sé, gode di una reputazione immeritatamente positiva. La sorpresa è infatti associata ai compleanni, ai regali, ai ritorni anticipati, alle persone che entrano in una stanza gridando qualcosa e facendo saltare per aria i coriandoli che qualcuno inevitabilmente dovrà poi raccogliere. Il presupposto è che sorprendere qualcuno significhi mostrare qualcosa di bello prima che abbia il tempo di prepararsi. Quello che viene omesso (e che forse dovrebbe comparire in font piccolo sotto la parola SORPRESA come le controindicazioni nei bugiardini), è che tornando a casa prima del previsto si rinuncia contemporaneamente a una delle più importanti convenzioni della vita civile: dare agli altri il tempo necessario per diventare presentabili.
Marta, comunque, era tornata a casa prima del previsto, e l’idea era stata perfino affettuosa. Non aveva telefonato, non aveva scritto. Non aveva prodotto nessuna delle minuscole notifiche preventive attraverso cui oggi segnaliamo agli altri che stiamo per entrare fisicamente nel loro spazio. Aveva pensato: gli faccio una sorpresa, punto E questo, a posteriori, aveva assunto la particolare comicità tragica di certe frasi pronunciate immediatamente prima di un incidente domestico.
Perché a casa Cristiano non era solo.
Diciamo, meglio, forse in maniera un po’ invadente, che Cristiano stava trascorrendo un pomeriggio di notevole convivialità con due giovani culturisti di una certa prestanza. Molto simpatici, almeno a giudicare dalla situazione, ma soprattutto molto a loro agio.
Marta, che naturalmente non disponeva in quel momento né del distacco dello storico né della curiosità di un’antropologa, non si soffermò particolarmente sulla loro simpatia. Il problema delle cose viste all’improvviso è che non restano quasi mai confinate al momento in cui le hai viste, si mettono immediatamente al lavoro sul passato. In meno di un secondo certi messaggi cambiano tono, certe vacanze acquistano particolari che non avevi notato, alcuni silenzi smettono di essere silenzi, le docce insolitamente lunghe diventano improvvisamente interessanti e perfino una conversazione del tutto insignificante avvenuta nel 2022 chiede di essere riesaminata.
Tutto diventa materiale probatorio. È quello che potremmo definire Effetto Sorpresa Retroattivo: non solo scopri qualcosa, ma realizzi all’improvviso che forse avresti dovuto scoprirla molto prima. Naturalmente non tutto quello che Marta ricordava diventava, per questo, una prova a carico di Cristiano. Qualche volta era uscito a comprare il pane ed era davvero uscito a comprare il pane. Ma adesso anche il pane aveva bisogno di un alibi, per non parlare della crema protettiva.
Il problema era che, dopo aver visto quello che aveva visto, Marta cominciava a chiedersi quante altre cose le fossero passate davanti senza che ci facesse caso. Le veniva così in mente una telefonata interrotta, un rientro attardato dopo aver visto giocare la Roma, o quel fine settimana in montagna in cui lui era stato stranamente allegro: episodi che prima non avevano nulla a che fare l’uno con l’altro ma che adesso sembravano combaciare benissimo.
Per qualche giorno Marta e Cristiano cominciarono a parlarsi in quella lingua particolare delle coppie che stanno attraversando una catastrofe sentimentale: frasi brevissime contenenti quantità industriali di significato. “Hai mangiato la verdura?”, che vorrà dire? E poi via tutto il resto: ti odio ma non voglio che tu muoia. Oppure: Non so ancora cosa siamo. Oppure: Ho cucinato troppo. Oppure, tutte e tre le cose contemporaneamente.
Io venni informato della faccenda più tardi, al telefono naturalmente, da un amico comune. Le tragedie contemporanee arrivano tutte attraverso una manciata di centimetri di schermo. La cosa strana era che, mentre ascoltavo, una parte della mia mente era sinceramente preoccupata per Marta e un’altra – una parte abbastanza meschina e tuttavia impossibile da licenziare – osservava tutta la vicenda come se qualcuno avesse improvvisamente deciso di accelerare la trama di una serie televisiva fino a renderla quasi offensiva nei confronti della verosimiglianza. Due giovanotti di una certa prestanza. La sorpresa. Il rientro anticipato; Cristiano; Marta; io. A un certo punto veniva quasi voglia di protestare con l’autore. Solo che non c’era nessun autore, ed era questo il problema. Nelle storie, quando accade qualcosa di assurdo, si può accusare chi l’ha scritto, ma nella vita bisogna accettare la possibilità molto più inquietante che nessuno stia controllando la sceneggiatura. Marta, nei giorni successivi, alternava rabbia, tristezza, sarcasmo e quella particolare specie di calma che non è propriamente calma ma un sistema nervoso che ha deciso temporaneamente di sospendere il servizio. Io cercavo di non darle consigli.
Questa cosa del dare consigli alle persone appena tradite è, se ci si pensa, una forma curiosissima di presunzione. Come se uno potesse osservare dall’esterno quindici anni di matrimonio e dire: Io farei così. No, tu non faresti così, tu non sei dentro quei quindici anni. Tu sei seduto sul divano con una tisana e delle opinioni. Così le dissi soltanto “che c’ero”, frase estremamente semplice, talmente semplice da sembrare quasi insufficiente, magari proprio per questo giusta. Qualche giorno dopo Marta partì per Torino per lavoro. Mi scrisse che era tutto okay. “Tutto okay” è una delle espressioni più ambigue disponibili nella lingua italiana. Può significare che è davvero tutto Ok, può significare che niente è oK. Può significare che non ne vuole parlare, sto lavorando, sopravvivo, smettila di chiedermelo.
Decisi di prenderla alla lettera: Tutto okay. Non so se ci credessi davvero, probabilmente non era neppure importante. Era quello che Marta aveva scelto di scrivere e, almeno per quella notte, poteva bastare. Marta era a Torino, Cristiano era presumibilmente altrove. I due giovanotti di una certa prestanza erano tornati alle rispettive vite, sulle quali non possedevo informazioni e che, con ogni probabilità, non avevano alcun bisogno né di me né di Cristiano. E io, nel cuore della notte, pensavo ancora all’effetto sorpresa. Pensavo alla quantità di realtà che esiste soltanto perché non siamo presenti nel momento sbagliato, alle porte che normalmente apriamo cinque minuti più tardi. Ai treni che prendiamo invece di quelli precedenti e ai messaggi che mandiamo prima di arrivare. E pensavo che forse la vita civile è costruita in buona parte su una cosa molto semplice: avvisare. Perché le sorprese sono bellissime. Purché tutti abbiano avuto il tempo di prepararsi.

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