++ Raccolta differenziata di opinioni non richieste ++

  • Sette secondi per raccogliere una penna

    C’è un dato apparentemente secondario ma in realtà ontologicamente devastante nella vita dell’adulto funzionale medio: l’impossibilità di ammettere che certe presenze – o meglio, certi disturbi elettromagnetici mascherati da persone, esseri umani reali – abbiano la capacità di ridefinire non solo l’umore ma l’intera percezione della realtà condivisa. Il che, detto così, suona molto più fuffoso di quanto sia, nonostante ci sia chi pagherebbe oro per una fuffa fatta bene, ma tant’è.

    La verità è che l’aria in certi luoghi – compresi i corridoi, gli ascensori, i punti caffè, nelle mense aziendali – può cambiare densità. E questo accade puntualmente, con precisione svizzera, quando qualcosa prima ancora di entrare nel campo visivo, è entrata nel tuo io, senza poterci fare nulla. Non qualcosa di prettamente fisico, ma qualcosa che somiglia più a una parentesi che cammina, ingombrante nella sua leggerezza, o a una parentesi che ride, accecandoti.  Tu sei lì, con la tua agenda, i tuoi appunti perfettamente organizzati, nel cercare di mantenere quel decoro emotivo che ti eri giurato di tenere alto come la bandiera delle Nazioni Unite. Solo che poi succede che ti cade la penna, succede che ci metti 7 secondi in più del normale per raccoglierla, succede che il tuo cervello – vera autorità a cui sottostare – comincia a elaborare scenari in cui anche l’atto della raccolta della penna viene visto come un gesto ricco di significato, quando invece, oggettivamente, non lo è. Chi sei tu per decidere cos’è un gesto denso di significato, quando ogni dannata molecola della tua giornata ormai dipende da un sopracciglio che si solleva appena? Si potrebbe obiettare.

    Non si tratta di attrazione, non solo. Non è nemmeno esaurimento, che è già una parola troppo narrativa, troppo compatta e, a dir poco, abbastanza stucchevole in certe realtà. No, è più una riscrittura silenziosa del codice binario dell’universo emotivo. Come se da quel momento in poi, ogni cosa (luce, temperatura, musica di sottofondo, panorama) fosse modulata da un algoritmo di presenza imprevisto. Quindi parli, sorridi al momento giusto anche quando non vorresti, quando non ci sarebbe nulla di più lontano dal sorridere. Ti credi al centro dell’attenzione per un attimo, e nel frattempo ogni singola sinapsi urla: “Ma la sente questa frase? E se la sente, la interpreta come un segnale oppure come rumore bianco?” (Spoiler: probabilmente la interpreta per quello che è. E tu, invece, la interpreti per tutto il resto).

    Il tuo corpo resta lì, a digitare parole e compilare report come se niente fosse, mentre l’altra metà dell’anima si ritrova a ricamare lettere mai scritte. Lunghissime lettere. Alcune dolorose, altre ridicole, piene di quell’ironia disperata tipica di chi sa che solamente tu leggerai quelle righe, ma le scrivi lo stesso. La cosa assurda – forse la più assurda – è che nessuno ti ha mai chiesto niente, nessuno ha varcato quella soglia per entrare nel tuo campo affettivo. È stata una forma, un gesto, un silenzio carico di stile, una battuta lanciata con nonchalance. Poi eccoti lì, mentre cerchi di capire come si possa sopperire a un’assenza tanto dissonante (ma dissonante per chi, poi). Non c’è nulla di patologico, nulla di malato. Solo una sottile variazione del campo magnetico che ti tiene sveglio la notte e ti costringe a chiederti se, per caso, sei già nel tuo epilogo emotivo senza che nessuno ti abbia ancora avvisato.

  • Di sogni, connessioni e raggi colorati

    Sai qual è la cosa assurda? Che tutto cominciò quasi per caso. Un pensiero lasciato a metà, una battuta fuori tempo, un libro preso per gioco. O forse no. Forse era un segnale, o soltanto una scusa. Ma da quel momento qualcosa si accese, e non riuscì più a spegnersi. Avrebbe potuto, certo. Ma sarebbe stato come staccare la spina a ciò che lo teneva in piedi.

    Aveva aperto VALIS di Philip K. Dick convinto che fosse un romanzo di fantascienza. E invece si ritrovò tra le mani una diagnosi. Un’entità. Una trasmissione silenziosa fatta di sogni, simboli, raggi rosa. E il pensiero inatteso che quel segnale potesse risuonare, diventare reciproco. Ricevere, sì. Ma anche trasmettere. Era possibile? Chi ci crederebbe? Nessuno. Ma se davvero viviamo in un ologramma, allora che almeno sia quello giusto. Quello che fa battere tutto, non solo il cuore.

    Dormiva poco, lavorava troppo, inventava strategie emotive. Ma bastava un messaggio – uno solo, anche neutro – per mandare tutto all’aria e trasformarlo in un soldato dell’Impero. Un Impero invisibile, ma reale. Avrebbe dato tutto per squarciare anche solo un frammento di quella verità nascosta. La verità che, se svelata, si sarebbe trasformata in rivelazione.

    Forse era dipendenza emotiva. Forse poesia travestita da ossessione, bisogno di confessare, ma non importava. Quello che contava era che il segnale per lui esisteva. Sottile, tremolante, disturbato, ma ancora vivo. E allora vedi? Si diceva. La connessione era ancora aperta. E anche se non sapeva dove l’avrebbe condotto, si rendeva conto che non era finzione, perché niente che ti fa sentire così può essere completamente finto. Quindi no, non voleva spegnerlo, quel raggio. E lì, in silenzio, dovette ammettere che stava pensando ancora una volta a lei.

  • Lavorare in miniera senza casco (ma con stile)

    Ci sono persone – quasi mai consapevoli – che si aggirano nell’ecosistema come catalizzatori chimici emotivi. Tali soggetti sono accusati di scatenare reazioni interiori spropositate (rivoluzioni vere, cambiamenti di rotta, demolizioni strutturali dell’identità) nei malcapitati che li incontrano, e tutto questo senza volerlo. Non lo fanno per sadismo o altruismo, o per qualche motivo occulto, ma semplicemente perché esistono. Ed esistendo, scatenano quella tenerezza paragonabile a una bomba a mano che, nella mente e nel corpo del colpito – cioè di chi li percepisce in un certo modo – si configura come aspettativa, quando invece (ahimè) è uno psicodramma in piena regola. 

    Il punto (forse è il punto dell’intera faccenda) è che il suddetto, pur essendo devastato dalla presenza-assente dell’altro, mai vorrebbe tornare indietro. Perché l’innesco, per quanto doloroso, è vissuto come una forma di verità, un’illusoria distopia camuffata da utopia liberatrice. Eccoci allora a una delle più curiose, comuni, e sottovalutate dinamiche della psiche umana. L’interazione tra la coscienza e la sua perenne incapacità di cogliere la propria funzione all’interno del più vasto — spesso caotico, a volte insensatamente crudele, eppure sempre significativo — schema delle cose, rappresenta un disastro che hai scelto di non evitare. Volontariamente o no, non cambia nulla.

    Il fatto è che non si tratta di amore, ma di una forma avanzata di esposizione sentimentale non regolamentata. Una predisposizione a lavorare in miniera senza casco, convinto che la polvere ti renda interessante. O a camminare su vetri rotti a piedi nudi, persuaso che il sangue lasci una scia poetica. A infilarsi con piacere in una centrifuga emotiva, giustificando il giramento di testa come profondità incompresa. Hai un talento inconsapevole, amico: trasformare ogni principio di incendio in una candela profumata, comprata per nostalgia.

  • Manuale tascabile per confessioni inadatte

    Lo Svedese – che a detta di tutti era stato un ragazzo d’oro, una specie di boy scout di provincia, un testimonial vivente della rimozione emotiva preventiva – decide un giorno, per motivi non del tutto chiari nemmeno a se stesso, che la cosa giusta da fare è confessare. 

    A chi? Al marito della donna con cui ha avuto una relazione (che non è più suo marito, ma insomma). E cosa vuole ottenere? Una specie di sollievo spirituale. Una riconnessione. Un reset morale. Tipo confessione al prete, ma senza confessionale, senza prete, senza grazia.

    Philip Roth, che nel frattempo gioca a Dio con una smorfia, osserva lo Svedese sgretolarsi pezzo dopo pezzo come una statua di zucchero sotto la pioggia acida dell’autocoscienza. Il momento, che avrebbe potuto essere dignitoso, si trasforma in un circo interiore: senso di colpa che erutta metafisica, fallimento esistenziale servito freddo.

    Lo Svedese, che aveva fondato la sua identità sulla correttezza e la coerenza morale, si scopre molteplice, incoerente, sporco. Ed è qui che Roth spinge la narrazione verso una zona di tragicomico delirio. La colpa divora lo Svedese, insieme a un senso più profondo di fallimento ontologico: ha fallito come padre, ha fallito come marito, e ora anche come uomo retto, come simbolo della “buona America”.

    Alla fine, nessuno si dirime. Non ripara nulla. Solo una grande scena di imbarazzo cosmico, con il protagonista di Pastorale americana che capisce (troppo tardi, ovviamente) che l’uomo perbene, l’eroe americano, il campione di rettitudine era solo una bella idea pubblicitaria, non un essere umano vero. Che peccato.Lo Svedese – che a detta di tutti era stato un ragazzo d’oro, una specie di boy scout di provincia, un testimonial vivente per i benefici del burro d’arachidi e della rimozione emotiva preventiva – decide un giorno, per motivi non del tutto chiari nemmeno a se stesso, che la cosa giusta da fare è confessare. 

    A chi? Al marito della donna con cui ha avuto una relazione (che non è più suo marito, ma insomma). E cosa vuole ottenere? Una specie di sollievo spirituale. Una riconnessione. Un reset morale. Tipo confessione al prete, ma senza confessionale, senza prete, senza grazia.

    Philip Roth, che nel frattempo gioca a Dio con una smorfia, osserva lo Svedese sgretolarsi pezzo dopo pezzo come una statua di zucchero sotto la pioggia acida dell’autocoscienza. Il momento, che avrebbe potuto essere dignitoso, si trasforma in un circo interiore: senso di colpa che erutta metafisica, fallimento esistenziale servito freddo.

    Lo Svedese, che aveva fondato la sua identità sulla correttezza e la coerenza morale, si scopre molteplice, incoerente, sporco. Ed è qui che Roth spinge la narrazione verso una zona di tragicomico delirio. La colpa divora lo Svedese, insieme a un senso più profondo di fallimento ontologico: ha fallito come padre, ha fallito come marito, e ora anche come uomo retto, come simbolo della “buona America”.

    Alla fine, nessuno si dirime. Non ripara nulla. Solo una grande scena di imbarazzo cosmico, con il protagonista di Pastorale americana che capisce (troppo tardi, ovviamente) che l’uomo perbene, l’eroe americano, il campione di rettitudine era solo una bella idea pubblicitaria, non un essere umano vero. Che peccato.

  • @Tutti – @Tutte – @Tutt*, ma perché?

    Ho sempre pensato due cose, o forse tre se riduciamo il campo alle cose serie. La prima: l’esistenza necessaria – fondata, imprescindibile – di un galateo dei tag. Soprattutto nelle chat di lavoro, ma anche degli amici, dei familiari, perché no. Non è un vezzo, ma igiene comunicativa. La seconda: i semiologi, quelli bravi, non sbaglierebbero mai un’emoticon. Una faccina. Spesso neanche un commento, purché sia breve. Ma un tag a sproposito, be’, quello magari sì. Perché il tag non è mera semiotica. È un atto. Una performatività. Un’intrusione. Una rivendicazione di attenzione. E la semiotica, per quanto possa dissezionare, si scontra con l’inafferrabile pragmatismo, col contesto volubile.

    La tragedia del tag è l’abisso tra intenzione e percezione. Cioè: “@Aria che ne pensi?” – ma la domanda è posta sotto l’immagine sfocata di un tiramisù collettivo. E tu non lavori in pasticceria, non ti occupi di eventi, e hai smesso di mangiare zuccheri dopo un seminario TEDx sulla glicemia. E allora ecco il cortocircuito: la persona che meglio interpreta i segni è anche quella che più facilmente inciampa nel simbolo, in quel segnale rosa accecante che spara informazioni (cit.). Perché? Forse perché i segni – gli emoji dei semiologi, i tag, le reazioni, like, gif animate da cuoricini con orsi che battono le zampe – non sono fatti per essere compresi, ma per essere esperiti. Come il jazz. Come il mal di stomaco dopo una cena aziendale. Come i gruppi WhatsApp con 47 partecipanti, e uno che legge per davvero.

  • Benvenuti su Ariaviziata, ovvero: come smettere di preoccuparsi e iniziare a spargere dubbi (costruttivi)

    C’è chi apre un blog per fare carriera, chi per sfogarsi, chi per ammazzare il tempo, chi per dire la sua su ciò che accade nel mondo anche se nessuno gliel’ha chiesto. Io no. Io lo faccio per tutti questi motivi messi insieme, più un altro che non ho ancora identificato ma so che c’è (e prima o poi si farà vivo).

    Ariaviziata è un nome che non ho scelto senza troppa logica: un po’ come il nome di certi cocktail nei bar di provincia o certe rubriche culturali che nessuno legge ma tutti fingono di conoscere. È un nome che odora di sprezzatura, eccesso, comfort mentale. È una persona? Un alter ego? Un dispositivo narrativo? Forse sì. Forse no. Forse entrambe le cose. Qui dentro troverete: commenti semiseri su fatti serissimi, analisi troppo profonde per essere dette a voce piccoli racconti dal mondo reale, il tentativo costante di non diventare cinico, senza per questo risultare ingenuo.

    In questo luogo non si promette alcuna verità, ma neanche menzogne confezionate. Non offre certezze, ma domande con un certo stile, almeno questo si propone. E forse, se va bene, qualche sorriso storto tra una crisi climatica e un titolo di giornale sbagliato. Siete i benvenuti. Anche se non siete d’accordo. Anzi: soprattutto se non siete d’accordo.